Filatelia

La nascita di Indro Montanelli

Oggi è il 109° anniversario della nascita di Indro Montanelli.

Giornalista e scrittore nato a Fucecchio (FI) il 22 aprile 1909, distintosi per i suoi reportages (Africa Orientale, Finlandia, Ungheria) sul Corriere della Sera del quale fu poi notista politico di stampo conservatore, nel 1974 fondò il quotidiano Il Giornale Nuovo (dal 1983 Il Giornale) del quale è stato direttore fino al 1994; dopo una breve esperienza alla direzione di un nuovo quotidiano, La Voce, tornò all’attività di commentatore. Autore di opere storico-divulgative (Padri della patria, 1948; Storia di Roma, 1957; Storia dei greci, 1959; la serie della Storia d’Italia, dal 1966, anche in coll. con R. Gervaso e M. Cervi), saggistiche (Reportage in Israele, 1960; Libelli, 1975; Controcorrente, 1978-80; Incontri italiani, 1982), narrative (Gente qualunque, 1942; Il generale Della Rovere, 1959) e teatrali (I sogni muoiono all’alba, 1960; Kibbutz, 1961). Morì a Milano il 22 luglio 2001.
Per ricordare il grande giornalista così amato dai suoi numerosissimi lettori abbiamo scelto il francobollo che le poste italiane gli dedicarono sei anni fa in occasione del centenario della nascita. L’esemplare da 0,60 euro raffigura Montanelli mentre sfoglia un quotidiano; in primo piano a sinistra è rappresentata la fedele macchina da scrivere Olivetti 22 e un paio di occhiali.

“Vedi – raccontava Montanelli – si comincia a morire o dalla testa o dai piedi. Dopotutto io sono fortunato anche se il bastone mi dà noia e adesso sono costretto ad usarlo anche in casa.” Noi lo ascoltavamo senza dargli eccessivo credito. L’affetto e la paura insieme sono un forte anestetico della morte. La allontanano, la esorcizzano. Danno alla vita una insolita e artificiale ebbrezza. Forse, dicevo ai miei colleghi, ci eravamo illusi che Indro fosse immortale. E quando, a fine giugno, la sua collaboratrice e assistente di sempre Iside Frigerio venne nel mio ufficio chiudendo, fatto insolito, la porta alle sue spalle, io ascoltai senza eccessiva preoccupazione. “Montanelli andrà in ferie prima quest’anno.” Il viso era preoccupato. Ma non ci feci molto caso. Iside è spesso preoccupata. “Bene, si riposerà di più, riprenderà a settembre.” Intanto, pensai, io gli chiederò qualche fondo sugli argomenti e i personaggi che più lo incuriosiscono, lo appassionano o, meglio, lo indignano. Ne ero sicuro. Invece no, il suo ultimo fondo è stato quello del 19 giugno (Il Sovrano Candidato, su Simeone di Bulgaria); la Stanza dell’arrivederci, nella quale discorreva con Giuseppe Tamburrano, ancora una volta con passione, delle sorti del socialismo italiano si è trasformata in quella dell’addio; era il 4 luglio. L’ultimo pezzo, il suo necrologio, è apparso il 23, un capolavoro, quasi beffardo, di imprevedibile sintesi giornalistica.
A pochi mesi dalla morte non saprei dire se è passato tanto o poco tempo. Ma rileggendo le nuove e ultime Stanze che compongono questo volume si ha la sensazione che tutto si sia fermato. L’attualità scorre viva fra le righe. Indro scrive, commenta, scuote la testa, allarga le braccia, sorride. Vive. Sul Corriere gli abbiamo riservato una Piccola Stanza (chiedendo scusa per lo spazio angusto) che raccoglie osservazioni, spunti, note controcorrente di quello che è stato un grande testimone del Novecento, ma leggendo questo volume il lettore potrà assaporare tutto il Montanelli autentico, vibrante, sapido, diretto. Potrà gustarselo in piccole dosi, la sera prima di dormire. Brevi ritratti, incontri, polemiche, battaglie di civiltà. Come l’ultima, quella sull’eutanasia, che avrebbe voluto praticare su se stesso, quando sentiva che la morte gli saliva dalle gambe, come un fastidioso formicolio, senza mai raggiungere la testa. Quella non è mai morta. E non l’avrebbe potuta uccidere nemmeno lui. Il vero Indro è qui, in tante altre opere, sul Corriere e nei ricordi di tutti coloro che l’hanno amato. Anche detestandolo.

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