Filatelia

La morte di William Shakespeare

Oggi è il 402° anniversario della morte di William Shakespeare.

Poeta e drammaturgo inglese nato a Stratford-upon­-Avon il 23 aprile 1564, sono assai scarse le informazioni relative alla sua biografia, tanto che fu possibile metterne in dubbio l’esistenza stessa o per lo meno la paternità dell’opera. Figlio di un ricco commerciante, frequentò verosimilmente la scuola di latino del paese natale; nel 1582 sposò Anne Hathaway: matrimonio infelice, che gli diede tre figli. Verso il 1586 si trasferì a Londra, forse al seguito di una compagnia teatrale, guadagnandosi la protezione del conte di Southampton e conquistandosi subito notorietà come autore e attore presso i teatri Globe e Blackfriars, nella compagnia dei Lord Chamberlain’ s Men (poi King’ s Men). Negli stessi anni pubblicò i poemetti erotici Venere e Adone (1593), Lucrezia violata (1594) e attese alla stesura della maggior parte dei 154 Sonetti (pubbl. 1609), che hanno per tema l’amore di una “dama bruna”, già amante del poeta, per un giovane, presentato con le sole iniziali W.H., con probabili spunti autobiografici ed echi di Orazio e Ovidio. Allontanatosi progressivamente dall’ambiente londinese fin dal 1610, dal 1613 smise di scrivere e si ristabilì definitivamente nella città natale.

La sua produzione teatrale abbraccia un periodo che va dal 1588 ca al 1613 e comprende 36 drammi, di cui solo 16 pubblicati in vita, spesso in edizioni di scarsa attendibilità, per la consuetudine degli attori di improvvisare, raccolti per la prima volta in edizione completa nel 1623 a cura di J. Hemminge e H. Condell, attori della sua compagnia. Agli anni 1590-99 risalgono i drammi d’argomento storico Enrico VI (1590), Riccardo III (1592, pubbl. 1597); Tito Andronico (1593,pubbl. 1594), Romeo e Giulietta (1594, pubbl. 1597), ripresa da una novella di M. Bandello, Riccardo Il (1595, pubbl. 1597), Re Giovanni (1596), e i più maturi Enrico IV (1597, pubbl. 1598 e 1600) ed Enrico V (1598, pubbl. 1600); parallelamente attendeva alla stesura delle prime commedie: La commedia degli errori (1592), La bisbetica domata (1593), l due gentiluomini di Verona (1594), Pene d’amor perdute (1594, pubbl. 1598), cui seguirono Sogno di una notte di mezza estate (1595, pubbl. 1600), Il mercante di Venezia (1596, pubbl. 1598), Molto rumore per nulla (1598, pubbl. 1600), La notte dell’ epifania (1599); Come vi pare (1599-1600), tutte incentrate sul tema dell’amore, caratterizzate dalla vivacità dei personaggi femminili e considerate tra i suoi lavori migliori. Il decennio successivo rappresenta il periodo della maturità, con alcuni dei capolavori del teatro mondiale. Il Giulio Cesare (1600) aprì una nuova trilogia di drammi d’argomento romano completata da Antonio e Cleopatra (1606) e Coriolano (1607), inframmezzata dalle grandi tragedie Amleto (1600, pubbl. 1603 e 1604), Otello (1604, pubbl. 1622), Re Lear (1606, pubbl. 1608) e Macbeth (1605); allo stesso periodo risalgono anche Le allegre comari di Windsor (1600), Troilo e Cressida (1601, pubbl. 1609), Tutto è bene quel che finisce bene (1601), Misura per misura (1604) e l’incompiuto Timone d’Atene (1607). A un intento sperimentale rispondono le opere dell’ultima fase, quella dei cosiddetti drammi romanzeschi (romances) che, dopo i tentativi solo parzialmente riusciti di Pericle, principe di Tiro, scritto e pubblicato nel 1608, Racconto d’inverno e Cimbelimo, entrambe del 1610, ebbe il suo capolavoro nella Tempesta (1611). Dramma d’occasione fu l’Enrico VIII (1611), l’ultima opera di Shakespeare con la probabile collaborazione di J. Fletcher, scritto per il matrimonio della figlia del re Giacomo I. Caratteri salienti della drammaturgia di Shakespeare sono l’estrema disinvoltura con cui egli disattende le norme codificate del teatro cinquecentesco, in particolare il canone dell’imitazione, accogliendo spesso elementi fantastici (folletti, streghe) che rimandano alla tradizione del teatro medievale, e quello delle tre unità aristoteliche, spaziando spesso all’interno del medesimo dramma da un continente all’altro e lungo periodi di anni, e mescolando all’interno dello stesso dramma elementi tragici e comici. Maggiore rappresentante del teatro elisabettiano, Shakespeare ha goduto di un’ininterrotta fortuna a partire dai suoi contemporanei, non oscurata neppure dalle perplessità che taluni (J. Dryden, A. Pope, Voltaire), pur riconoscendone il genio, espressero riguardo all’irregolarità” del suo teatro, oltre che alle incongruenze geografiche e agli anacronismi in esso presenti. E’ stato tuttavia soltanto nel sec. XX che si è raggiunta una sua piena comprensione, grazie a un più scaltrito studio di esso in tutte le sue sfumature, dall’analisi linguistica all’indagine psicoanalitica dei personaggi, in cui vengono rappresentate tutte le manifestazioni dell’animo umano, dalle più elevate alle più spregevoli, ma soprattutto per alcuni suoi caratteri, come il porsi in un rapporto esclusivo con le necessità della rappresentazione, senza interferenze letterarie o d’altro genere, o lo spazio in esso dato alla dimensione metateatrale, che lo pongono straordinariamente vicino alla concezione novecentesca del teatro e ad alcuni aspetti dello sperimentalismo contemporaneo .
Per rendere omaggio al grande Bardo abbiamo selezionato tutte le emissioni che la sua madrepatria gli ha dedicato nel corso degli anni. Di ognuna di esse è possibile trovare l’immagine e una breve descrizione sopra.

Solo la Bibbia comprende tutto al suo interno, caratteristica che la accomuna a Shakespeare, e molti lettori della Bibbia considerano quest’ultima uno scritto d’ispirazione divina, se non addirittura di origini soprannaturali. Il suo centro è Dio, o forse l’idea o la visione di Dio, la cui posizione è, per forza di cose, indefinita. Le opere di Shakespeare sono state soprannominate Scritture secolari, o più semplicemente il centro definito del canone occidentale. Quel che la Bibbia e Shakespeare hanno in comune è molto meno evidente di quanto pensino molte persone, e io ritengo che tale elemento sia una sorta di universalismo globale e multiculturale. Oggi l’universalismo non è molto in voga, se non nelle istituzioni religiose e negli individui che queste influenzano. Non vedo tuttavia come si possa riflettere su Shakespeare senza trovare il modo di spiegare la sua presenza costante nei contesti più improbabili: qui, là e dappertutto nello stesso momento. Il drammaturgo è un sistema di luci nordiche, un’aurora boreale visibile in ogni luogo che la maggior parte di noi non raggiungerà mai. Le biblioteche, i teatri e i cinema non riescono a contenerlo; è diventato uno spirito o un “incantesimo di luce”, quasi troppo vasto per essere abbracciato. La bardolatria tardoromantica, ora tanto disprezzata nelle nostre università autocorrotte, è solo la più normativa delle fedi che lo venerano.
Nel presente volume, non mi occuperò del motivo per cui tale atteggiamento fideistico ha preso il via, bensì del motivo per cui continua. Se esiste un autore che è diventato un dio mortale, deve essere Shakespeare. Chi può mettere in dubbio la sua importanza, derivata soltanto dai suoi meriti? I poeti e gli studiosi adorano Dante; James Joyce e T.S. Eliot avrebbero voluto preferirlo a Shakespeare, ma non ci sono riusciti. I lettori comuni – e per fortuna ce n’è ancora qualcuno – riescono solo di rado a leggere Dante; riescono tuttavia a leggere e ad assistere alle opere di Shakespeare. I pochi autori che sono alla sua altezza (Omero, lo scrittore yahwista, Dante, Chaucer, Cervantes, Tolstoj e forse Dickens) ci ricordano che la rappresentazione del carattere e della personalità umana è il valore letterario supremo in tutti i tipi di scritti, siano essi drammatici, lirici o narrativi. Sono abbastanza ingenuo da leggere senza sosta perché da solo non riesco a conoscere a fondo un numero sufficiente di persone. Gli spettatori di Shakespeare preferivano Falstaff e Amleto a tutti gli altri suoi personaggi, e lo stesso vale per noi, perché il grasso Jack e il principe di Danimarca dimostrano di avere le coscienze più complete dell’intera letteratura, più grandi di quelle dello Yahweh dello scrittore biblico, del Gesù del Vangelo secondo san Marco, di Dante il pellegrino e di Chaucer il pellegrino, di Don Chisciotte ed Esther Summerson, del narratore di Proust e di Leopold Bloom. Forse sono Falstaff e Amleto, e non Shakespeare, a essere divinità mortali, o forse il più grande tra gli arguti e il più grande tra gli intelligenti divinizzarono insieme il loro creatore.

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