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La liberazione di Bologna

Oggi è il 73° anniversario della liberazione di Bologna.

All’alba del 21 aprile 1945 entrarono a Bologna le prime unità combattenti alleate: alle 6 da est i soldati del 2° Corpo Polacco dell’VIII Armata, al comando del generale Anders, alle 8 da sud i reparti avanzati della 91a e 34a divisione USA, avanguardie dei gruppi di combattimento italiani Legnano, Friuli, Folgore e parte della brigata partigiana Maiella, aggregata all’VIII Armata. I soldati italiani si fermarono alle porte della città per dare la precedenza ai polacchi. Gruppi partigiani avevano già preso possesso dei principali edifici pubblici e controllavano le strade del centro. L’occupazione del quartiere universitario venne affidata ai partigiani dell’VIII brigata Masia di Giustizia e Libertà, guidati da Pietro Foschi e Tristano Colummi. Il cappellano militare don R. Giovanni Grzondziel fissò sulla cima della torre Asinelli una grande bandiera con i colori della sua Polonia. La popolazione bolognese accorse e circondò festante i soldati liberatori. Anche i bersaglieri del battaglione Goito sfilarono in via Rizzoli tra due ali di folla. Nella tarda mattinata dal balcone di palazzo d’Accursio si affacciarono il presidente del CLN regionale Antonio Zoccoli, il prefetto Gianguido Borghese e il nuovo sindaco designato Giuseppe Dozza. L’ex podestà fascista Mario Agnoli, intervenuto per passare le consegne alla nuova amministrazione, venne lasciato libero di allontanarsi dal palazzo comunale sotto la protezione di padre Casati e fu ospitato per qualche tempo nel convento di San Domenico. Bologna fu la prima grande città del nord a conoscere la gioia della liberazione dal nazifascismo.


Alla fine del conflitto il 
 corpo d’Armata Polacco al comando del generale Władysław Anders restò bloccato in Italia fino al novembre 1946 dagli avvenimenti politici della Polonia. Per celebrare il 21 aprile, senz’altro uno dei giorni più belli nella lunga storia di Bologna, abbiamo scelto due francobolli emessi nel dicembre 1945 dal Corpo polacco con l’appoggio di alcuni commercianti filatelici, di cui non sono noti usi postali, ma solo esemplari annullati di favore. Questi francobolli non furono riconosciuti dall’UPU e ricevettero l’opposizione delle autorità alleate e delle poste italiane. I due valori raffigurati sopra mostrano rispettivamente la città di Bologna con le date 9.4-21.4.45 e il ritratto del generale Władysław Anders con le date 17.2.44-2.5.45.

Quella mattina di fine aprile la ricordo benissimo. Mi scorre davanti agli occhi come un vecchio film visto e rivisto; ma non in bianco e nero, com’era la regola d’allora; a colori invece, e vivacissimi. Stavo per compiere nove anni; e crescevo, come tutti i bambini di quegli anni, per la strada. Oggi nessun bambino vive brado, e certo nessuno ha mai provato a giocare a palla nel bel mezzo di una via cittadina: ci sono le macchine.
Allora di macchine se ne vedevano pochissime, e pericoli veri non ce n’erano. Invece delle macchine c’erano, ogni tanto, i caccia alleati che sparavano qualche raffica di mitraglia a casaccio, lì sulle strade; o gli stormi dei bombardieri che s’avvertivano di lontano, perché prima che arrivassero il cielo si riempiva d’un rombo sordo e continuo, e i vetri delle case cominciavano a tremare, e i pochi piccioni si rintanavano: quei pochi a cui ancora i passanti, resi abilissimi dalle circostanze, ancora non avevano tirato il collo.
Vivevo, insomma, sempre per la strada; e di scuola neanche a parlarne. Non era, o non mi sembrava, una brutta vita: e del resto non avendo alcun ricordo del tempo di pace, non potevo fare paragoni e confronti. La guerra, le bombe mi parevano eventi quotidiani, più o meno come il brutto tempo o la pioggia: cose inevitabili, con cui convivere.
Ma quella mattina di fine aprile le mie infantili convinzioni, e le mie abitudini, furono costrette a mutare bruscamente.
Le strade non erano più semideserte, ma piene di gente. Gente anche stranissima: che parlava lingue inaudite, che indossava uniformi mai viste; e che maneggiava cose colorate: non solo bandiere, ma involucri affascinanti, policromi. Le stecche di Camel, le stagnole di gomma da masticare, le tavolette di cioccolato. Mi si parò dinnanzi, per la prima volta, la civiltà dei consumi, a me ignota. In piazza, dopo un po’, approdarono sferragliando alcuni carri armati.
Al balcone del Comune apparvero bandiere mai viste, coloratissime. In mezzo alla folla, i carri armati salirono sul crescentone: sul grande marciapiede che occupa il centro della piazza; e che allora separava i pedoni dal traffico (ossia dai tram, che fermavano proprio davanti al palazzo del Podestà). Uno dei carri, coi cingoli, urtò fragorosamente contro il bordo in pietra del crescentone, e lo sbrecciò. Date un’occhiata: il bordo è ancora fratturato.
Nessuno, credo, si ricorda perché. Ma a me, ogni volta che ci passo, torna a mente quello strano giorno; quei rumori, quei colori vistosi con cui s’annunciava la libertà.

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