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SOCIETA’ DELL’UNIONE MINIERE SULCIS E SARRABUS IN SARDEGNA DEL 1851 di Alberto Puppo

Oggi parliamo di un’azione rara, emanata dalla SAR-Subregioni-Sulcisnel 1851. Grazie a questo documento possiamo raccontare per sommi capi la storia mineraria della Sardegna. Minatori e miniere sono stati i protagonisti della storia di questa regione per molti secoli fino alla crisi del settore degli ultimi decenni. La Società dell’unione miniere Sulcis e Serrabus, il cui presidente è Gaspare Perpignano, nasce in un periodo in cui l’industria mineraria è al suo apogeo. La sua formazione coincide con l’individuazione di un giacimento di solfuri misti, ricco di galena, blenda e pirite a Rosas, nell’iglesiente, in provincia di Cagliari. La società ottiene così  la concessione mineraria dopo aver ottenuto quella di Montevecchio e Monteponi. Ma, come dicevamo all’inizio, la lavorazione dei minerali in Sardegna risale a tempi remoti. Ci sono resti archeologici che ci conducono nel sesto millennio avanti Cristo, quando nella parte centro-occidentale dell’isola si estrae l’ossidiana, alle pendici del Monte Arci. Questo minerale viene esportato tra la Francia meridionale e l’Italia Settentrionale. Ai mercanti fenici, tra i primi a estrarre minerali nella Regione, subentrano i cartaginesi che sfruttano intensamente le ricchezze minerarie, soprattutto nell’Iglesiente, dove vengono rinvenute tracce di escavazioni e scorie di fusione attribuibili a questo periodo. Un’intensa attività metallurgica, sia estrattiva che fusoria, è testimoniata dal punto di vista archeologico, presso i ricchi giacimenti metalliferi del Sarrabus, costituiti da minerali composti da ossidi e solfuri di ferro, rame e piombo.

Sotto i romani l’attività mineraria cresce intensamente, soprattutto per quanto riguarda i ricchi giacimenti di piombo e d’argento. Solo verso la fine dell’Impero romano l’attività estrattiva subisce un declino. Con sua caduta dell’Impero romano d’Occidente, l’isola passa sotto il dominio bizantino e la produzione mineraria e l’attività metallurgica registrano una certa rinascita e l’argento torna ad essere uno dei principali prodotti d’esportazione della Sardegna, sebbene intorno all’anno 700 i traffici commerciali nel Mar Mediterraneo diventano molto difficili a causa delle scorrerie dei saraceni. Con il dominio pisano si assiste a un impulso dell’attività estrattiva. I pisani riprendono i lavori abbandonati dai Romani aprendo numerose fosse e riportando alla luce gli antichi filoni. Sotto il comune toscano, nel periodo del loro massimo splendore, le miniere intorno a Villa di Chiesa, l’attuale Iglesias, arrivano ad occupare 6500 operai. Intorno al 1326 ai pisani subentrano gli aragonesi. La corona aragonese avoca a sé i diritti inerenti allo sfruttamento dei ricchi giacimenti dell’argentaria al fine di evitare che per le ricchezze minerarie della zona si scatenassero dispute tra i nobili aragonesi. Sotto la dominazione aragonese prima e spagnola poi, l’attività mineraria conosce però una continua decadenza. Si deve arrivare al 1720, quando l’isola passa si Savoia, per vedere rifiorire l’attività mineraria.

Sotto i piemontesi l’esercizio dell’attività estrattiva è legato all’assegnazione di concessioni generali per l’effettuazione di ricerche e la coltivazione di miniere su tutto il territorio isolano. I primi ad ottenere questo tipo di concessione, della durata di vent’anni, sono i cagliaritani Pietro Nieddu e Stefano Durante. Nel 1740 la concessione generale, per la durata di trent’anni, viene assegnata al britannico Carlo Brander, al barone Carlo di Holtzendorff e al console svedese a Cagliari Carlo Gustavo Mandel.  Soprattutto quest’ultimo introduce numerose innovazioni tecnologiche, tra le quali l’impiego dell’esplosivo durante i lavori di estrazione, ma un’inchiesta per presunte irregolarità fiscali, porta alla revoca della concessione al Mandel.

Nel 1762 l’amministrazione delle miniere sarde passa nelle mani del Direttore del distretto delle miniere Pietro de Belly, il quale ostacola l’attività mineraria privata ritenendo fosse più redditizio per lo Stato sfruttare direttamente le ricchezze del sottosuolo sardo. Il Belly cerca anche di reintrodurre il lavoro coatto nelle miniere e per questo si merita, nel 1871, una critica di Quintino Sella. Insomma, la guida di Belly è un fallimento. Con l’inizio dell’Ottocento (in Sardegna ci sono 59 miniere) il nuovo fervore minerario porta alcuni avventurieri piemontesi e di altre nazioni europee ad intraprendere attività estrattive.  Tra questi figura anche lo scrittore francese Honoré de Balzac che, nel 1838, dà vita ad una fallimentare iniziativa volta allo sfruttamento di antiche scorie piombifere nella Nurra.

E veniamo agli anni che precedono la nascita della Società dell’Unione Miniere Sulcis.

Con la legge mineraria del 1840 il governo dei Savoia decide di separare la proprietà del suolo da quella del sottosuolo. Secondo la nuova legge chiunque può richiedere l’autorizzazione ad effettuare ricerche minerarie. Il concessionario ha l’unico obbligo di versare all’erario il 3 per cento del valore dei minerali estratti e di risarcire i proprietari dei fondi per i danni arrecati. Questa disciplina entra pienamente in vigore in Sardegna solo nel 1848, dopo che si realizzata la “perfetta fusione” tra la Sardegna e gli stati di terraferma appartenenti ai Savoia. Grazie a questa legge, l’isola richiama numerosi imprenditori, in particolare liguri e piemontesi. Nascono così le prime Società con lo scopo di sfruttare i promettenti giacimenti sardi. La  genovese “Società Nazionale per la coltivazione di miniere in Sardegna” tenta di ottenere la concessione generale ma non ci riesce. Tale forma di concessione è infatti formalmente vietata dalla nuova legge che vuole impedire la nascita di monopoli nell’attività estrattiva. Il progetto della Società Nazionale cade nel nulla e si assiste alla proliferare di un gran numero di Società, tra cui appunto quella di cui abbiamo parlato oggi.

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Alberto PUPPO
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