Le prime emissioni azionarie per le miniere italiane risalgono alla metà dell’Ottocento. Una delle più antiche è proprio quella di cui parliamo oggi, ovvero un‘azione di cento lire emessa a Torino nel 1853 dalla Società delle miniere di Alagna, concessionaria della miniera di rame di Riva Valdobbia e della miniera d’oro di Alagna oltre che della regia fonderia di Scopello.
La società in questione, formata da alcuni professionisti e commercianti piemontesi e liguri, prosegue la sua attività fino al 1871 quando è costretta a chiudere per problemi finanziari. È intorno alla metà dell’Ottocento che fioriscono nel regno le società adibite alla coltivazione delle miniere piemontesi, in primis quelle aurifere. Questo si deve alla liberalizzazione voluta da Camillo Benso di Cavour che permette un afflusso massiccio di capitali. L’estrazione sui monti dell’alta Valsesia non è una novità: già alla fine del 1500 , infatti, alcuni abitanti della zona chiedono ed ottengono dal governatore di Milano il permesso di scavare. Nel 1600 la famiglia d’Adda, di origini milanesi, imparentatasi verso la metà del Cinquecento con quella degli Scarognini, si occupa dell’estrazione dei metalli. Con l’inizio del XVIII secolo la Valsesia, in seguito al Trattato di Torino, passa allo stato sabaudo che progressivamente gestisce direttamente le miniere tramite una compagnia di minatori-artiglieri. Viene costruita anche una fonderia a Scopello in cui avveniva la lavorazione del minerale proveniente da Alagna. Le operazioni di scavo nelle miniere di rame vengono affidate a Lorenzo Deriva, Nicolao Muhlam ed infine al capitano di artiglieria Antonio Benedetto Nicolis de Robilant. Alagna, in quegli anni, conosce una importante modifica demografica grazie all’afflusso massiccio di minatori. Con la dominazione napoleonica, a inizio Ottocento, i giacimenti minerari vengono dati in concessione a Giovanni Giuseppe Gianoli e Giacomo, Bernardo e Luigi Pansiotti.
Dopo la dominazione francese la concessione delle miniere passa nuovamente alla famiglia d’Adda Salvaterra. Come abbiamo detto, la svolta si ha nel 1852, quando grazie alla liberalizzazione voluta da Cavour, il governo sabaudo mette all’asta pubblica miniere e impianti. Entrambi se li aggiudica l’ingegner Carlo Noè della Società anonima per lo sfruttamento delle miniere di Alagna e Scopello. Dopo il fallimento della società nel 1871, alcuni gruppi finanziari inglesi e francesi si occupano di riprendere i lavori fino a quando nel 1894 interviene la Monte Rosa Gold Mining Company che scava in diverse località della zona impiegando 85 minatori.
Si arriva così alla Prima guerra mondiale durante la quale la Società Italiana Prodotti Esplodenti di Milano si occupa si proseguire gli scavi. Nel 1938 la Fiat sezione Ferriere piemontesi inizia lo sfruttamento di un giacimento di manganese sotto la località Belvedere. Ma durante la Seconda guerra mondiale la miniera entra in crisi a causa delle difficoltà di approvvigionamento di combustibile.
Al termine del conflitto nasce la Gold Mining Monterosa S.p.A. col compito di sfruttare un giacimento aurifero. La società lavora fino al 1956 quando un dissesto finanziario la costringe a chiudere. Negli anni sessanta la Società Miniere Fragné-Chialamberto si occupa dell’estrazione del rame, ma il progressivo crollo del prezzo di questo minerale la porta, nel 1981, alla chiusura. Infine, nel 1985, la Veneta Mineraria S.p.A. ottiene le concessioni per lo sfruttamento delle miniere. Negli anni successivi l’azienda concentra la sua attività solo nella miniera di feldspato.







