Filatelia

La caduta di Saigon

Oggi è il 40° anniversario della caduta di Saigon.
Il 28 aprile 1975, Saigon era circondata da 16 divisioni comuniste (per un totale di 140 000 uomini). Nella morsa, i difensori (circa  60 000 soldati sud vietnamiti appartenenti a varie unità sbandate) furono colti dal panico.
Il discorso inaugurale di Minh, trasmesso quel mattino dalla radio e dalla televisione, aveva accennato alla possibilità di un negoziato, ma pochi ci credettero. E infatti, pochi minuti dopo, piloti nord vietnamiti, su cacciabombardieri A-37 catturati agli americani, lanciarono un raid su Tan Son Nhut. Ouella sera, il generale Van Thien Dung, comandante nord vietnamita  sul fronte sud, ordinò l’offensiva finale per conquistare la città. L’attacco iniziò alle 04.00 del 29 aprile; l’artiglieria e i razzi nord vietnamiti cominciarono a battere Tan Son Nhut.


Vennero colpiti  i C-130 americani e l’evacuazione su aerei ad ala fissa fu bloccata. Alcuni aerei sud vietnamiti, decollati sotto la guida dell’ex vicepresidente Ky, rimasero senza munizioni  e carburante prima di aver arrecato al nemico danni di una qualche entità. Minh chiese formalmente agli americani di lasciare Saigon, sperando che questa mossa potesse facilitare un compromesso con  i comunisti. Le sue offerte però furono respinte quella notte stessa, e divenne chiaro a tutti che ormai era troppo tardi per trattare. L’evacuazione dell’ambasciata USA (operazione Frequent Wind) avvenne in modo febbrile. L’ultimo CH-46 decollò dal tetto dell’edificio subito dopo l’alba del 30 aprile, e poco più tardi i nord vietnamiti penetrarono nella città.  I comunisti, preceduti dai carri T-54, entrarono  nel palazzo presidenziale alle 11.00.
Per ricordare l’epilogo della guerra del Vietnam abbiamo scelto i tre francobolli che le poste dello stato comunista riunificato dedicarono alla liberazione di Saigon (oggi Ho Chi Minh City, dal nome del padre fondatore del Vietnam socialista). Di ognuno di essi abbiamo pubblicato l’immagine e una breve descrizione sopra.

caduta-di-saigon2Saigon era stranamente tranquilla quando gli ultimi elicotteri americani partirono il 30 aprile, la mattina presto. Il panico degli ultimi giorni si era calmato e per le strade erano rimasti solo gli sciacalli. Tutti, ormai, aspettavano l’arrivo dei comunisti.
Il presidente Duong Van Minh (‘Big Minh’), insediatosi meno di 48 ore prima, sperava di evitare la battaglia. Il 29 aprile aveva inviato dei rappresentanti ad incontrare i comunisti a Tan Son Nhut, nella speranza di negoziare, ora che le 2 principali condizioni del Nord (il ritiro di tutte le truppe USA e le dimissioni di Thieu) si erano realizzate. Ma si illudeva. Invece di trattare, i comunisti introdussero una nuova condizione: “la dissoluzione delle forze armate e della polizia del governo fantoccio”. Di fronte a questo irrigidimento delle posizioni di Hanoi, il presidente sud vietnamita non poteva far altro che accettare.
Alle 10.20 del 30 aprile, radio Saigon preannunciò un messaggio presidenziale. Dopo pochi istanti, Minh tenne il suo discorso: “Credo fermamente nella riconciliazione fra tutti i vietnamiti. Per evitare un inutile spargimento di sangue, chiedo ai soldati della repubblica di metter fine ad ogni ostilità. Conservate la calma e rimanete dove siete. Per non sprecare vite umane, non aprite il fuoco…”.
Mentre queste parole echeggiavano nelle strade della capitale, ripetute dagli altoparlanti, gli sciacalli cominciarono a dileguarsi, per non essere sorpresi dall’avanzata nord vietnamita. Alle 12.15 davanti al palazzo presidenziale apparvero alcuni carri T-54. Una squadra di genieri si precipitò a issare la bandiera nord vietnamita sul balcone del presidente, prima di irrompere nella sala delle conferenze, dove si trovavano Minh e i suoi aiutanti.
Minh disse: “Vi stavamo aspettando per trasmettervi i poteri”. Ma la risposta fu breve e secca: “Non c’è alcun potere da trasmettere. Potete solo arrendervi senza condizioni”. I comunisti avevano vinto.

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