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Dal Metallo al Mercato: la monetazione genovese di Giuseppe Felloni

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Tra le innumerevoli testimonianze di cui si alimenta la storia (in pratica tutto ciò che resta del pensiero, delle opere e delle parole dell’uomo), monete e medaglie – nonostante le modeste dimensioni – sono una delle fonti più suggestive e cariche d’interesse: simboleggiano il potere sovrano ed i suoi mutamenti nel tempo; sono il mezzo con cui la società regola i propri rapporti economici e nel contempo il veicolo delle sue trasformazioni future; riflettono nell’iconografia i canoni estetici di epoche e popoli i più diversi; dimostrano il livello raggiunto dalle tecniche metallurgiche del tempo; infine, costituiscono un bene da collezione di scarso ingombro ed in molti casi un investimento relativamente tranquillo.

Una raccolta di monete o di medaglie è sempre significativa, indipendentemente dalla materia di cui sono composte, ma il suo valore euristico è legato all’omogeneità dei pezzi che la costituiscono: la possibilità di seguire un unico filone di studio dipende infatti dall’esistenza di un preciso criterio di scelta, sia esso un percorso evolutivo od un esame comparato, che il collezionista individua in una gamma di alternative: i sovrani in carica di un certo paese, la zecca di emissione, la simbologia religiosa, la rappresentazione naturalistica, la celebrazione di eventi, ecc. Da questo punto di vista la raccolta di monete della Banca Carige, grazie alla coerenza con cui si è andata formando nel tempo su suggerimento di esperti locali, presenta una felice unità interna imperniata sull’attività delle zecche liguri. La parte maggiore è riservata a Genova, la cui monetazione è rappresentata in modo non certo completo ma con discreta continuità dalle origini del comune alla perdita definitiva dell’indipendenza (1814): otto secoli nei quali la moneta metallica è stata il mezzo di scambio per eccellenza all’interno di un’Europa in espansione, per cui la collezione Carige è un buon campione di un più vasto fenomeno che coinvolge l’intero continente.

La collezione conta un migliaio di pezzi, in parte già noti agli studiosi: in passato ne venne estratto un saggio di 300 monete che furono esposte al pubblico nel 1974 e riprodotte a stampa nel 1992 a cura di un valente numismatico locale, il dott. Giovanni Pesce. La Carige ha deciso ora la redazione di un nuovo catalogo, che contenga ed illustri, oltre a quelli già noti, i pezzi tralasciati nelle precedenti occasioni e quelli acquisiti successivamente.

A questo punto diventa accessibile agli studiosi una delle maggiori raccolte conosciute di monete genovesi e quindi spetta alla loro competenza e sensibilità il compito di ricavarne il massimo profitto storiografico. Sebbene i numismatici abbiano già compiuto un accurato lavoro di classificazione, integrandolo con l’analisi di documenti d’archivio e pervenendo a risultati definitivi, restano alcune residue zone d’ombra. L’arco temporale coperto dalla collezione, in particolare, è collocato correntemente tra il XII ed il XIX secolo, ma solo una parte delle monete è databile con sicurezza grazie alla convergenza di particolari epigrafici (doge in carica, contrassegno dello zecchiere, anno di emissione) e stilistici: sono le monete emesse dal 1339 al 1814.

Per quelle anteriori al 1339, gli elementi iconografici hanno permesso di stabilire la successione verosimile delle monete d’oro e d’argento, ma non l’epoca del passaggio da un tipo all’altro e gli archivi, dal canto loro, non hanno ancora fornito documenti definitivi al riguardo. Sempre per lo stesso periodo, è poi del tutto oscura la cronologia delle emissioni delle monete inferiori, delle quali conosciamo soltanto l’aspetto ed il peso individuale, che per ragioni d’usura e di tosatura può essere molto inferiore al peso legale; il titolo è ignoto e potrebbe essere accertato solo con un’analisi metallografica mai eseguita, che sarebbe l’unico mezzo per stabilire la verosimile successione cronologica.

Quanto agli anni successivi al 1814, sappiamo che sino al 1824 la zecca di Genova coniò grandi quantità di scudi d’argento e doppie d’oro conformi ai tipi monetali del 1791 e pochi pezzi di biglione con caratteristiche nuove stabilite nel 1814. Il problema è che, delle monete battute sotto il governo piemontese, non vi sono esemplari nella collezione Carige od in altre; è improbabile che siano tutte sparite nelle successive rifusioni, dal momento che numerosi pezzi del periodo anteriore si sono salvati e sono oggi reperibili in commercio o nelle collezioni private. Si dovrebbe supporre che per gli anni dal 1815 al 1824 si siano utilizzati gli stessi conii precedentemente usati od altri molto simili e che pertanto i loro caratteri epigrafici non siano facilmente distinguibili da quelli dei pezzi fabbricati in passato; ma è solo un’ipotesi, che altri potranno verificare con un esame accurato.

Le monete qui presentate costituiscono un insieme variegato, tra cui bisogna fare ordine per approfondirne la conoscenza. I metalli usati per la loro fabbricazione sono di tre specie: oro, argento e rame, talvolta puri e talora in lega a titoli variabili. All’interno di ciascuna specie si distinguono generi diversi che, a somiglianza delle famiglie, sono costituiti da un pezzo principale che dà loro il nome (denaro, grosso, genovino, zecchino, scudo, ecc.) e da pezzi secondari suoi multipli o sottomultipli (mezzo denaro, sesino o da 6 denari, pezzi da quattro tre o due scudi d’argento, quarti ottavi e diciassettesimi di scudo d’argento, quarto metà e doppio scudo d’oro, ecc.); nella grande maggioranza dei casi le monete di tipo secondario hanno le medesime caratteristiche del pezzo a cui sono legate ad eccezione del peso, che è proporzionale al rapporto di valore con l’unità principale, ma può anche capitare che i sottomultipli infimi abbiano titolo inferiore e peso men che proporzionale, il che è sempre causa di disordini e perturbazioni. Di ogni moneta effettiva appartenente ad un particolare genere (unità principale o secondaria che sia) vi è un certo numero di varianti o tipi: sono le monete che furono fabbricate in tempi successivi con il medesimo suo nome e posizione all’interno del genere, ma con caratteristiche più o meno diverse tra un tipo ed il successivo. Le differenze possono concernere: 1) soltanto i caratteri estrinseci oppure 2) anche peso e/o titolo e/o valore; in questo secondo caso i mutamenti trascendono la sfera tradizionalmente numismatica per investire anche quella economica.

Peso, titolo e valore, infatti, costituiscono altrettante variabili la cui conoscenza è indispensabile allo storico dell’economia per accertare le condizioni di operatività della zecca e risalire per il loro tramite alla situazione del mercato monetario.

Prima dell’età odierna, in cui circolano soltanto biglietti inconvertibili e monete divisionarie di valore intrinseco minimo, la moneta era rappresentata da pezzi di metallo o – in tempi più recenti – da banconote convertibili in metallo. Il termine “moneta” sottintendeva tre realtà intimamente connesse: la moneta ideale, rappresentata da un’unità di conto principale (la “moneta immaginaria” di Luigi Eibaudi), fornita di multipli e sottomultipli, che serviva a misurare i valori; la moneta effettiva, composta di metallo ed usata concretamente per liquidare le transazioni; il rapporto tra le due, ossia il potere d’acquisto incorporato nei pezzi effettivi, che pertanto assumevano anche la funzione di riserva o deposito di valore. Questo rapporto eradefinito dall’equivalenza metallica attribuita dalla legge all’unità di conto fondamentale e dalla quale si ricavava il valore dei diversi tagli delle monete effettive; accanto al valore stabilito dallo stato vi era quello attribuito dal mercato, per cui si parlava di valore legale o nominale di una moneta e di valore commerciale o corrente del suo intrinseco.

Sin dall’antichità classica lo stato ha voluto assumersi la funzione di garantire la corrispondenza tra i due valori, ma le gravezze dell’erario e le oscillazioni del mercato l’hanno spesso indotto a frodare il pubblico emettendo monete a valore immutato ma con intrinseco minore, oppure a conservare lo stesso valore nominale a monete che il mercato valutava più o meno che in passato. Il risultato delle circostanze accennate è stato un meccanismo per il quale nel corso dei secoli l’equivalenza metallica dell’unità di conto è andata via via diminuendo; ed è stato sempre un processo a senso unico, non essendosi mai registrata la tendenza ad un suo incremento.

Come è stato narrato in una brillante sintesi storica, secondo la riforma decisa da Carlo Magno tra il 780 ed il 790 d.C. l’unità di conto “lira” equivaleva ad una quantità di argento pari ad una libbra, ma non era opportuno coniare una moneta effettiva di tale valore perché esorbitante rispetto all’entità media delle transazioni; ai bisogni del mercato si adattavano assai meglio le sue frazioni, il duecentoquarantesimo e la sua metà, ed infatti le monete coniate in quel tempo e per molti anni in seguito furono soltanto denari ed oboli. Nel corso del tempo, la progressiva riduzione dell’equivalenza metallica dapprima ha permesso di dar corpo alle lire effettive; più tardi, permanendo la stessa tendenza, le ha estromesse dalla circolazione perché sarebbero riuscite troppo piccole e comunque insufficienti a soddisfare anche le minime transazioni. La lira è stata un fantasma alle origini, ha vissuto per un certo tempo in forma materiale e poi è deceduta, tornando fantasma con apparizioni sempre più rare. Oggi, con l’euro, viene rievocata solo per confrontare i prezzi attuali con quelli precedenti.

Il deterioramento subito dall’unità di conto è fenomeno universale, conosciuto anche con l’espressione alquanto ambigua di svalutazione secolare della moneta. Ad esso corrisponde il fenomeno di segno opposto dell’inflazione secolare in quanto, riducendosi l’equivalenza metallica della misura del valore, è necessario un numero crescente di unità per acquistare la stessa quantità di metallo, ossia grosso modo di merci e servizi; questo, beninteso, durante il periodo dell’ancien régime.

Tutti questi fenomeni trovano puntuale conferma nella monetazione genovese. La zecca, che nel 1138 Genova era stata autorizzata ad aprire, cominciò verosimilmente la coniazione di denari nel 1140-41, ma non possiamo dire – per le ragione esposte più addietro – se qualcuno di quei primi pezzi è compreso nella collezione della Banca; dai documenti d’archivio sappiamo però che dovevano essere fabbricati in ragione di n. 288 per ogni libbra di lega con un terzo di argento fino, per cui la lira di conto – in quanto rappresentata da 240 denari – equivaleva a gr. 88 di argento monetato. Quasi subito cominciò il suo declino: le cifre di cui disponiamo, sebbene approssimative sino al tardo medioevo, mostrano la progressiva erosione delle quantità di argento ed oro a cui la legge assegnava il valore di una lira: Argento Oro

Nel 1814, alla vigilia stato genovese, la zecca era ancora attiva, ma su basi profondamente diverse: tecniche di lavorazione più raffinate, monete accresciute di peso e dimensioni, sistema più complesso, ma l’equivalenza metallica della lira era ormai scesa ad appena gr. 3,7 di argento o gr. 0,24 di oro.

Il catalogo qui presentato illustra, in termini visivamente e concretamente apprezzabili, anche un altro effetto dell’inflazione secolare: la coniazione di monete più pesanti per adeguare il loro potere d’acquisto alla maggior livello delle transazioni. I risultati più evidenti di questa tendenza si riscontrano nelle monete d’argento, in particolare nello scudo del 1593 di cui si giunsero a coniare multipli da 4 del peso complessivo di gr. 154, e nei doppi scudi d’oro di cui si conoscono rarissimi multipli di gr. 101 (quindici doppie) e di gr. 168 (venticinque doppie), coniati quasi certamente più per ostentazione che per bisogni di commercio.

La storia della moneta genovese si racchiude quindi tra i gr. 88 delle origini ed i gr. 3,7 del tramonto, in un arco di tempo di quasi otto secoli. Ma quale è stata questa storia, quali i fattori che l’hanno determinata ?

Per tentare di comprendere questi complessi fenomeni, bisogna tenere presente che, in base al metallo di cui sono composte, le monete rientravano in due categorie nettamente distinte in termini economici: le monete d’oro e d’argento da un lato, quelle di biglione, rame e bronzo dall’altro. In termini assoluti il loro costo unitario di fabbricazione e l’imposta dovuta allo stato (signoraggio) non erano dissimili da specie a specie; in termini relativi, tenendo conto della qualità della materia prima, la loro incidenza era molto diversa: nella monetazione genovese (come nelle altre esaminate) era infima per l’oro e l’argento (non superava l’1-2% del valore del metallo grezzo), ma assai consistente nel biglione ed altri pezzi inferiori (normalmente 15-30% ed in casi eccezionali anche di più).

di quel Congresso di Vienna che pose fine all’indipendenza dello

Per effetto della diversa incidenza del costo, il valore intrinseco risultava quasi identico a quello legale nelle grosse monete d’oro e d’argento (definite per tale ragione monete piene, forti, pregiate, etc.) e molto inferiore nelle piccole monete di biglione e rame (perciò chiamate anche monete-segno, fiduciarie, deboli). Questo fenomeno aveva profonde implicazioni sulle caratteristiche economiche e funzionali delle due categorie.

Le monete d’oro e d’argento, reputate in pratica a pieno intrinseco, erano usate per le transazioni interne di maggior entità e per i pagamenti all’estero, sicché avevano una notevole mobilità internazionale; accanto alle locali, pertanto, circolavano monete nobili di paesi stranieri alle quali le autorità monetarie – previo esame del loro titolo e peso – assegnavano un valore legale espresso nell’unità di conto del paese. Invece le monete di biglione e di rame erano usate esclusivamente per le piccole transazioni interne, le compra-vendite al minuto, il pagamento dei salari giornalieri, etc. ed erano accettate al valore nominale solo nel paese che le aveva coniate; altrove si trattavano a peso.

La constatazione del notevole divario esistente in termini di metallo tra un certo numero di monete grosse ed un valore equivalente di piccole ha suggestionato a tal punto gli studiosi italiani del Settecento e persino specialisti di vaglia del nostro tempo come Carlo Cipolla (prima maniera), da considerarlo come la causa fondamentale ed unica degli squilibri monetari nell’ancien régime. Nella loro opinione, l’emissione di monete piccole con il vuoto di metallo che le accompagnava determinava una reazione di rigetto nel mercato che, non potendole rifiutare al valore legale come imponeva la legge attribuiva un premio commerciale (aggio) alle monete piene nei confronti di quelle segno. Ora, è vero che gli stati, oppressi da bisogni impellenti, si sono talvolta procurati somme cospicue con la fabbricazione di ingenti quantità di moneta fiduciaria, ma – almeno nell’età moderna – si è trattato di casi rarissimi. La norma è quella di emissioni limitate che, secondo le statistiche di alcune zecche italiane (Genova, Torino, Milano e Firenze), sono state inferiori al 5% delle emissioni complessive: troppo poco perché il vuoto di valore implicito in quel 5% possa aver trascinato il residuo 95% di monete grosse nella svalutazione da cui furono colpite le unità di conto.

Per delineare dei meccanismi più aderenti alla realtà storica ed ai quali sia riconducibile anche la monetazione genovese, bisogna partire da due considerazioni. La prima è la constatazione che la zecca era un’impresa produttrice di manufatti, perché acquistava metallo greggio ad un prezzo ufficiale e lo trasformava in monete secondo parametri (peso, titolo, valore) stabiliti dallo stato. Per adempiere alle sue funzioni istituzionali (soddisfare la domanda di monete, garantire la copertura delle spese e fornire un modesto introito allo stato) la zecca doveva offrire per il metallo greggio un prezzo ufficiale pari o superiore a quello di mercato.

La seconda considerazione riguarda l’esistenza di usi distinti per le monete nobili (commercio interno all’ingrosso, rendite, commercio estero, ecc.) e per quelle fiduciarie (minute contrattazioni quotidiane, salari a giornata, per intenderci il caffé ed il giornale quotidiani …) e la necessità che i rispettivi stock in circolazione fossero sufficienti a soddisfare le transazioni del proprio ambito.

I due requisiti per una condizione monetaria equilibrata (un prezzo di mercato non superiore a quello ufficiale e stock circolanti in proporzione delle necessità) potevano sussistere per qualche tempo, ma prima o poi intervenivano dei fattori di instabilità rappresentati dal rincaro del metallo greggio sul mercato libero (disavanzi della bilancia commerciale, investimenti all’estero, comparsa di monete cattive e conseguente legge di Gresham) o da coniazioni di eccessive quantità di monete piccole per fornire maggiori introiti allo stato. Nel primo caso il rincaro del metallo greggio al di sopra del prezzo ufficiale di zecca provocava immediatamente l’interruzione della sua attività; nel secondo caso la circolazione di monete basse invadeva la sfera delle transazioni più elevate, provocava la rarefazione delle monete nobili e, di rimbalzo, faceva scattare il rialzo del metallo greggio.

Una volta che il prezzo di mercato avesse superato quello ufficiale, per ripristinare la redditività di gestione della zecca occorreva ricondurre i ricavi al di sopra dei costi ed a tale scopo, non potendo contrastare la congiuntura, il governo non disponeva che delle seguenti soluzioni, da applicarsi in alternativa o congiuntamente: aumentare il taglio, il che equivaleva a ridurre il peso delle monete coniate; aumentare il valore nominale dei singoli pezzi; diminuire il titolo, il che significava dare lo stesso valore legale a monete con intrinseco minore. Altro non poteva fare, perché una decurtazione dei salari del personale poteva indurlo ad emigrare (ed erano operai specializzati di difficile sostituzione) e un ridimensionamento del signoraggio contrastava gli interessi dell’erario. Qualunque fosse la soluzione scelta, il risultato finale era uno solo: l’attribuzione ad una medesima quantità di metallo coniato di un valore legale superiore a quello precedente.

Indubbiamente, nel corso dei secoli, l’economia seppe trovare autonomamente qualche rimedio alla rarefazione della moneta metallica ed alla sua insufficiente espansione rispetto al fabbisogno: basti pensare alle compensazioni tra privati delle quali si hanno notizie sistematiche dal Trecento, ai giri di conto nelle banche private e pubbliche, alle stanze di compensazione internazionale istituite dai genovesi nel Cinquecento, alla emissione di banconote primitive ad opera della Casa di San Giorgio. Ma tutte queste soluzioni non impedirono alla moneta genovese di seguire il medesimo destino di tutte le altre valute metalliche dell’epoca e di affacciarsi all’età contemporanea con appena il 5% del suo intrinseco originario. I tempi di un ricorso sistematico al credito erano ormai prossimi.

Le considerazioni precedenti possono forse apparire alquanto astratte a confronto della assortita e colorata materialità delle monete qui presentate, ma si sono nutrite delle medesime monete e dei documenti d’archivio che le riguardano. Servano dunque per ripercorrere questa collezione di prodotti della zecca genovese con mente sensibile non soltanto agli aspetti numismatici, ma anche alle ragioni economiche da cui scaturirono con quei particolari caratteri intrinseci.

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