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BANCA AGRICOLA NAZIONALE FIRENZE 1875 di Alberto PUPPO

banca-agricola-nazionale-1875Un titolo da 500 lire emanato dalla neonata Banca agricola nazionale. L’istituto viene approvato con regio decreto il 17 marzo 1870, a nove anni esatti dalla proclamazione del regno d’Italia.

Artefice di questa legge è il governo guidato da Giovanni Lanza (1869-1873) appartenente alla Destra storica. Il suo esecutivo rimane in carica dal 14 dicembre 1869 al 10 luglio 1873 per un totale di 1.304 giorni, ovvero 3 anni, 6 mesi e 26 giorni. È il più lungo governo della storia dell’Italia liberale e il terzo in generale (dopo il Governo Mussolini ed il Berlusconi II).  Ministro dell’agricoltura, industria e commercio della squadra di Lanza è Stefano Castagnola. Grazie alla legge agraria del 21 giugno 1869 in Italia iniziano ad operare istituti specializzati nell’erogazione del credito agrario. Queste banche non possono fare operazioni a più di 90 giorni, prorogabili fino ad un anno e possono raccogliere fondi oltre che attraverso depositi in conto corrente, con la emissione di buoni agrari a vista e di biglietti all’ordine. Le operazioni di credito devono essere limitate alla solvibilità degli agricoltori oppure alla costituzione di pegno sui prodotti agrari o su cartelle fondiarie. Nessun obbligo è previsto sull’impegno agricolo delle somme ricevute in prestito, che possono essere utilizzate per il pagamento delle tasse da parte di proprietari e fittavoli e per il pagamento degli affitti. Fra le operazioni di carattere più particolarmente agrario sono ricordate quelle sulla costituzione di magazzini e all’anticipazione sul valore dei prodotti, nonché quelle intese a promuovere la formazione di consorzi di bonifica. Gli istituti creati con la legge agraria sono quattro nel 1870, tra cui la Banca agricola nazionale, saliti a 14 nel 1875, poi ridotti a 9 nel 1884.

L’ammontare dei buoni agrari è di circa 12 milioni mentre i biglietti all’ordine sono sui 5 milioni. Le operazioni di prestito superano i 30 milioni. Molto frequentemente gli istituti eseguivano credito ordinario utilizzando i sistemi di raccolta usati per il credito agrario. Nonostante questo intervento statale la situazione delle campagne italiane è drammatica soprattutto  dopo l’introduzione della tassa sul macinato entrata in vigore per iniziativa di Luigi Menabrea il 1º gennaio del 1869. Rivolte popolari scoppiano in tutto il Paese ma il governo va per la sua strada. Anzi, affida la dura repressione dei moti al generale Raffaele Cadorna – poi protagonista nel 1870 della presa di Roma con la breccia di Porta Pia.

La tassa viene inasprita proprio dal governo Lanza per iniziativa di Quintino Sella nel 1870 e ancora sotto Marco Minghetti tra il 1873 e il 1876, contribuendo infine alla crisi del suo governo e alla caduta della Destra storica. Solo nel 1884 il governo De Pretis l’abolisce definitivamente. Questa tassa causa un forte incremento del prezzo del pane e, in generale, dei derivati del grano e degli altri cereali.

Il governo la introduce, insieme all’imposta di ricchezza mobile, per raggiungere l’agognato pareggio di bilancio poi ottenuto nel 1876. Ma il prezzo da pagare alla quadratura dei conti è altissimo: il malcontento e la rabbia serpeggiano nelle classi sociali più povere, per le quali i derivati del grano sono il principale, se non unico, alimento che va contro la tradizionale politica annonaria di favorire i prezzi contenuti per i cereali.

Chiudono inoltre i piccoli mulini incapaci di munirsi dei necessari meccanismi di misura per determinare l’ammontare dell’imposta da pagare, a vantaggio di quelli più grandi, i quali, riuscendo a dichiarare meno di quanto macinassero e grazie all’economia di scala, potevano vendere i propri prodotti a un prezzo inferiore. A poco servono i comizi agrari istituiti con un regio decreto nel 1866 e le cattedre ambulanti di agricoltura create anni più tardi. Anche per fronteggiare la grande crisi agraria di fine Ottocento il governo latita, tanto che la reazione alla crisi proviene dal basso con la fondazione da parte degli stessi agricoltori della Federconsorzi.

 

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Alberto PUPPO
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