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BANCA ADAMI DI LIVORNO 1859 di Alberto Puppo

Uno degli ultimi titoli emessi durante la storia del gran ducato di Toscana. L’azione di cui parliamo oggi, intestata alla banca David Pietro Adami di Livorno, è stata emessa il primo marzo 1859, in pieno fermento indipendentista e a un anno dall’annessione del granducato al regno di Sardegna.

David Pietro Adami, nato vicino a Pisa nel 1812 morto nella stessa città nel 1898, oltre ad aver fondato la banca di commercio di cui sopra, nel 1848 ricopre il ruolo di ministro delle Finanze, del Commercio e dei Lavori pubblici del granducato di Toscana per volere di Leopoldo II. Proprio durante i moti di quell’anno, mentre la Sicilia e Napoli insorgono contro i Borbone, a Livorno iniziano i volantinaggi liberali, che si concludono con il momentaneo arresto di Francesco Domenico Guerrazzi per attività sovversiva e la concessione della costituzione da parte del sovrano Leopoldo II.

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Leopoldo II Giovanni Giuseppe Francesco Ferdinando Carlo d’Asburgo-Lorena (Firenze, 3 ottobre 1797 – Roma, 28 gennaio 1870) fu il penultimo granduca di Toscana e l’ultimo granduca regnante de facto.

Intanto numerosi livornesi si arruolano volontari nell’esercito piemontese impegnato nella prima Guerra di indipendenza italiana. Ma la concessione della costituzione non è sufficiente per i livornesi e il 25 agosto la città insorge. Leopoldo II, sotto pressione, nomina un governo democratico, a cui prendono parte il Guerrazzi, Giuseppe Montanelli e il nostro David Pietro Adami. Subito dopo il granduca ripara a Gaeta mentre nel febbraio 1849 il triumvirato composto da Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni scrive una nuova costituzione e proclama la Repubblica. Ma la nuova istituzione ha vita breve: gli austriaci invadono la Toscana per ripristinare il potere granducale. Livorno non molla e mette in atto una strenua resistenza proclamandosi repubblica autonoma. È infatti l’ultima città toscana ad arrendersi agli austriaci dopo un assedio durato due giorni, precisamente il 10 e l’11 maggio 1849. Pietro Adami viene escluso dall’amnistia ed è costretto a riparare a Marsiglia. Tornato in Toscana sconta nove mesi di carcere, accusato di aver commesso abusi durante il suo mandato di ministro. Accuse che decadranno dopo un tortuoso iter giudiziario. Scontata la pena torna a dirigere la sua banca. Democratico nel ’48-’49, diventa un fervido sostenitore della monarchia piemontese. Tanto che nel 1858 mette a disposizione di Cavour la propria organizzazione bancaria perché potesse essere lanciato in Toscana il prestito del governo subalpino. Nel 1860 sovvenziona la spedizione dei Mille aiutando economicamente i volontari che partono da Livorno.

Tornando alla storia di Livorno, dopo l’eroica resistenza del 1849, per alcuni anni il granduca Leopoldo II attua un’aspra repressione nei confronti degli indipendentisti e dei patrioti italiani. Ma il desiderio di Italia riemerge come un fiume carsico tanto che nel 1856 si costituisce una società mazziniana con lo scopo di organizzare nuove forme di lotta.

 

L’anno successivo fallisce una rivolta anti austriaca organizzata direttamente dal fondatore della Giovine Italia. Ma la vittoria austriaca è solo momentanea visto che prima guerra di indipendenza è alle porte: 800 volontari livornesi, sostenuti economicamente in parte dall’Adami, partono per Genova per combattere al fianco dei piemontesi. Il 27 aprile Leopoldo II abdica in favore del figlio Ferdinando e lascia Firenze. Una mossa disperata, cancellata dal plebiscito che nel marzo 1860 sancisce l’unione del Granducato al Regno di Sardegna. A Livorno, su 23.900 votanti, solo 215 si esprimono per il mantenimento di un regno separato. Ma la città si distingue anche dopo l’unificazione: nel maggio 1860 un consistente gruppo di livornesi si aggrega alla spedizione dei Mille guidata da Garibaldi. Così  come rimane consistente il contributo militare dei livornesi durante la Seconda guerra d’Indipendenza nel 1866.

 

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Alberto PUPPO
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