CollezionismoNumismatica

VALORE INTRINSECO DELLA MONETA

Il valore intrinseco di una moneta è il valore dello strumento (per esempio la moneta metallica o la banconota) usato come moneta. Esso dipende dal valore del bene che compone la moneta. Una moneta cartacea, come un biglietto da € 10, ha un valore intrinseco pari al costo per produrlo, vale a dire pari al costo degli inchiostri, della stampa, del trasporto dalla stamperia alla banca, dei diritti sul sistema anti-falsificazione, ecc. Allo stesso modo una moneta metallica, come la moneta da € 1, ha un valore intrinseco pari al costo per coniarla.

Il valore intrinseco dello strumento non supera mai il valore nominale, per evitare un signoraggio negativo, un costo di produzione della moneta maggiore del ricavo che si ha spendendola, e perché gli utilizzatori sarebbero incentivati a fonderle per recuperarne il metallo, ovvero a usarle per uno scopo diverso dallo scambio.

Il costo di una moneta elettronica dipende dalla necessità di addebitare ad un conto bancario e accreditare ad un altro una certa somma di denaro.

Se la moneta ha un valore intrinseco non troppo distante dal suo valore nominale, conserva maggiormente il proprio valore nel tempo. Una moneta coniata con metalli preziosi è più stabile e meno soggetta ad inflazione. Alla crescita di moneta corrisponde un’analoga crescita della ricchezza reale, almeno pari alla quantità di metallo prezioso messo in circolazione con la valuta stessa, per cui l’emissione di moneta con valore intrinseco sarebbe priva di effetti inflativi. La fiat money, non legata al possesso di riserve per il conio o la conversione delle monete, priverebbe i cittadini di una tutela contro l’abuso del potere di coniare moneta e contro i rischi di inflazione che ciò comporta, che la coniazione sia gestita direttamente dal potere politico oppure da istituti privati di diritto pubblico. Tuttavia, l’inflazione è correlata non solo alla quantità di moneta emessa, ma al rapporto di questa con la ricchezza reale prodotta, che non è misurabile in termini di riserve in oro o metalli preziosi, ma di presenza di beni e servizi. La quantità di metallo prezioso estraibile non è correlata alla ricchezza prodotta, né un Paese è ricco perché possiede molte riserve, o necessariamente è obbligato a tenerne in proporzione alla sua crescita economica. L’assenza di un obbligo di riserva, per evitare abusi nell’emissione di moneta, è compensata da un sistema di governance che affida la coniazione ad autorità indipendenti, che hanno il compito di regolarla in modo da evitare l’inflazione.

Di solito si tratta di costi modesti. Il valore intrinseco delle monete moderne è quindi assai basso, con l’eccezione delle monete che assumono un interesse numismatico per le quali il valore intrinseco resta basso, ma la rarità, il desiderio di collezionarle e tutto quanto alimenta l’interesse dei numismatici contribuiscono a dare ad esse un valore.

Il passaggio graduale dall’uso delle monete in metallo prezioso a monete immateriali ha abbattuto il valore intrinseco della moneta e conseguentemente anche i costi per produrla. La riduzione dei costi è avvenuta contemporaneamente alla crescita dell’economia che ha reso necessario l’uso di quantitativi sempre più grandi di moneta.

Se non si fosse verificata la diminuzione dei costi per emettere moneta, al crescere della domanda di moneta sarebbe cresciuto il costo totale di emissione. Di conseguenza si sarebbe dovuta destinare una parte consistente della maggiore ricchezza alla creazione dello strumento monetario. La riserva, sia essa un metallo o un altro bene, in quanto è solo una parte della ricchezza prodotta, che però deve fornire una base monetaria per consentire gli scambi commerciali dell’intera ricchezza esistente, è una risorsa scarsa, comunque destinata a diventare tale nel tempo perché è presente in quantità finite in natura, e che deve coprire una domanda molto più grande. La crescita dell’economia sarebbe stata limitata dalla quantità estratta e dalla reperibilità di nuove riserve.

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