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REGNO DI NAPOLI OBBLIGAZIONE IN DUCATI EMESSE DAL RE GIOACCHINO MURAT 1807

Il titolo di cui parliamo oggi ci dà lo spunto per raccontare della straordinaria vita di Gioacchino  Murat e in particolar modo dei sette anni in cui ha regnato su Napoli. Questa obbligazione in ducati (valore di catalogo circa 250 euro), infatti, è stata emessa proprio da Murat per finanziare le casse del regno costituito il 14 febbraio 1806 quando i francesi entrano a Napoli. Quel giorno Napoleone dichiara decaduta la dinastia borbonica e proclama suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli. Giuseppe regna fino al 1808, quando l’imperatore lo proclama Re di Spagna. A Napoli viene sostituito proprio da Murat che acquisisce il regno dal primo agosto 1808. Murat nasce a Joachim Murat-Jordy il 25 marzo 1767, undicesimo figlio di un albergatore, ed è l’esempio di come anche allora fosse possibile l’ascesa sociale. Come re di Napoli cerca di arginare la dilagante miseria che tedia il popolo, e anche per questo viene amato dai napoletani che lo ribattezzano “Gioacchino Napoleone”. Napoletani che ne apprezzano inoltre la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, e il gusto dello spettacolo. A livello pratico tenta di reprimere il brigantaggio, introduce il codice napoleonico, migliora il sistema scolastico, dà l’avvio a una serie di lavori pubblici, crea un esercito nazionale e cerca di dare vita a una nuova classe dirigente meridionale. In questi anni si inimica però il clero soprattutto dopo aver legalizzato per la prima volta in Italia, il divorzio, il matrimonio civile e l’adozione.  Ma è il 1800 l’anno più importante della vita di Murat: vincendo le resistenze di Napoleone Bonaparte sposa Carolina, la sorella più giovane dell’imperatore. Bonaparte è contrario al matrimonio, anche perché considera Murat un immorale e un libertino. Alla fine è costretto a cedere di fronte alla testardaggine dei due giovani, sempre più innamorati l’uno dell’altra. I primi anni del matrimonio sono quelli in cui nascono in rapida successione i loro quattro figli, Achille, Letizia, Luciano e Luisa.

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Gioacchino Murat carica alla testa dei cavalleggeri nella battaglia terrestre di Aboukir contro i turchi (25 luglio 1799) durante la campagna di Napoleone in Egitto (il dipinto di Antoine-Jean Gros risale al 1805)

Murat inizia così un lungo periodo di trionfi, culminato nella nomina a re di Napoli, l’apice della sua carriera: ad Austerlitz, Jena, Eylau, Friedland, come comandante della riserva di cavalleria, guida grandiose cariche e vittoriosi inseguimenti. Ma i rapporti con Napoleone si fanno sempre più burrascosi tanto che l’imperatore continua a soprannominarlo lazzarone e Pantalone italiano. Con la campagna di Russia del 1812 Murat perde definitivamente la sua fede, già vacillante, in Napoleone, che lo aveva nominato comandante in capo dell’armata durante la ritirata della campagna di Russia, quando nel dicembre 1812 è costretto a rientrare frettolosamente a Parigi in seguito al tentativo di colpo di Stato del generale Malet. Davanti ai marescialli allibiti, Gioacchino dichiara che l’Imperatore è ormai un pazzo al quale nessun governante in Europa può più credere. Nel 1813 Murat, rientrato a Napoli, stringe negoziati segreti con l’Austria e l’Inghilterra, pur senza rompere definitivamente con Napoleone che segue ancora a Dresda e a Lipsia.

 

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Copia originale della condanna a morte di Gioacchino Murat conservata presso l’Archivio Storico di Napoli.

Firmati gli accordi con Londra e Vienna, nella speranza di separare il destino del trono di Napoli dal crollo dell’Impero, contribuisce con le sue truppe agli insuccessi del principe Eugenio nell’Italia settentrionale. Le prime decisioni a lui contrarie del Congresso di Vienna, la minaccia incombente della perdita del regno, la diffidenza degli alleati lo spingono a riprendere contro di loro le armi, prima ancora dello sbarco di Napoleone dall’Elba. Dopo aver tentato invano di raccogliere intorno a sé gli Italiani, promettendo unità e indipendenza nel proclama di Rimini (30 marzo 1815), viene sconfitto dagli austriaci a Tolentino. Illudendosi sull’aiuto che gli avrebbe fornito la popolazione, tenta ancora dalla Corsica, dove si era rifugiato, la conquista del regno di Napoli: sbarcato con pochi compagni a Pizzo di Calabria il 13 ottobre del 1815 viene catturato dai borbonici e fucilato.

Nell’ascoltare la condanna capitale Murat non si scompone affatto, anzi dimostra grande coraggio. Le sue ultime parole sono rimaste famose: “Soldati, mirate al cuore, ma risparmiate il viso!”. La sua ultima vanità che però non viene ascoltata, poiché sono necessari due colpi di grazia alla testa per finirlo. Napoleone commenta gelido da Sant’Elena la notizia della morte del cognato: “Ha avuto quello che si meritava, è morto come un volgare capo banda. Con me era il mio braccio destro, lasciato a se stesso era un imbecille senza giudizio”. Decisamente più ironico il commento dei napoletani: “Giacchino facette ‘a legge e Giacchino fuje acciso”, per sottolineare come Gioacchino Murat sia rimasto vittima di una legge da lui stabilita. Infatti, il codice penale da lui promulgato, prevedeva la massima pena per chi si fosse reso autore di atti rivoluzionari.

Alberto PUPPO
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