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MONETA ORO DI CARLO ALBERTO DA 20 LIRE DEL 1848 – GENOVA

CARLO ALBERTO – (1831-1849) – 20 Lire 1848 zecca di Genova – D/Testa nuda a s – data – R/Stemma coronato,  valore e zecca – bordo zigrinato ( alcuni anni hanno il bordo con la scritta FERT  incusa) – grammi 6,45, titolo 900 millesimi, diametro 21 mm.

 

Carlo_Alberto_busto
Carlo Alberto ritratto nel periodo antiaustriaco.

Carlo Alberto Emanuele Vittorio Maria Clemente Saverio di Savoia-Carignano (Torino, 2 ottobre 1798 – Oporto, 28 luglio 1849) fu Re di Sardegna e Principe di Piemonte dal 27 aprile 1831 al 23 marzo 1849. Fu inoltre, tra gli altri titoli, principe di Carignano, duca di Savoia e di Genova e conte di Barge.

Durante il periodo napoleonico visse in Francia dove acquisì un’educazione liberale. Come principe di Carignano nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione a re Vittorio Emanuele I di Sardegna. Divenne conservatore e partecipò alla spedizione legittimista contro i liberali spagnoli del 1823.

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sabaudo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi.

Da sovrano, dopo un primo periodo conservatore durante il quale appoggiò vari movimenti legittimisti d’Europa, nel 1848 aderì alle idee ispirate ad un’Italia federata guidata dal papa e libera dagli Asburgo. Nello stesso anno concesse lo Statuto Albertino, la carta costituzionale che rimarrà in vigore (prima nel Regno di Sardegna e poi nel Regno d’Italia) fino al 1947.

Guidò le forze che portarono alla prima guerra di indipendenza contro l’Austria, ma, abbandonato da papa Pio IX e Ferdinando II di Borbone, nel 1849 fu sconfitto e abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele. Morì in esilio qualche mese dopo nella città portoghese di Oporto.

Il suo tentativo di liberare l’Italia settentrionale dall’Austria rappresentò il primo sforzo dei Savoia di mutare gli equilibri della penisola dettati dal Congresso di Vienna. L’opera sarà ripresa con successo dal figlio Vittorio Emanuele che diverrà il primo re d’Italia.

Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico. Ebbe anche l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo tra la firma dello Statuto e le influenze del suo passato da reazionario.

Statuto_Albertino_Avviso
Editto dell’8 febbraio 1848 con il quale si avvisava la popolazione della concessione dello Statuto e se ne dava lo schema in 14 articoli.

Appena salito al trono, nel 1831, vi erano stati tumulti a Roma, la rivolta carbonara di Ciro Menotti a Modena, l’insurrezione di Bologna e Parma con la fuga di Francesco IV e Maria Luigia. Ma l’Austria era riuscita a riportare l’ordine e Carlo Alberto considerò provvidenziale la sua alleanza con gli Asburgo.

Anche il Regno di Sardegna, in quegli anni, fu attraversato dalle trame dei rivoluzionari e perfino da un tentativo di invasione. Nell’aprile 1833 a Genova due sottufficiali furono arrestati per una lite e si scoprì appartenevano alla “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini. Gli arrestati fecero vari nomi e le indagini si estesero ad altre guarnigioni. Carlo Alberto, che considerava l’associazione di Mazzini la «più terribile e sanguinaria», ordinò di andare fino in fondo, nel rispetto della legge, ma con la massima severità.

Celebrati i processi, furono eseguite 12 fucilazioni e ci furono due suicidi in carcere. 21 condanne a morte non poterono essere eseguite perché i condannati erano fuggiti o come Giuseppe Mazzini erano già all’estero. Carlo Alberto non concesse alcuna grazia e gli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna a Torino presentarono a corte una protesta per la severità delle condanne e la mancanza di qualsiasi gesto di clemenza. Il Re di Sardegna manifestò invece la sua gratitudine distribuendo onorificenze a quanti si erano distinti nella repressione.

Falliti i moti insurrezionali, Mazzini pensò ad una spedizione militare. Nel 1834 tentò infatti di organizzare un corpo di bande in Svizzera che avrebbe dovuto attaccare la Savoia (che a quel tempo faceva parte del Regno di Sardegna) e contemporaneamente sollevare la popolazione contro il Re. Ma le notizie di quella iniziativa trapelarono e Carlo Alberto predispose una vera e propria imboscata. Per quanto, l’invasione, scattata il 3 febbraio 1834, fallì quasi per conto suo: un po’ per la disorganizzazione, un po’ per gli svizzeri che bloccarono e internarono i mazziniani. Solo alcuni congiurati attaccarono sconsideratamente una caserma a Les Échelles. Due di loro vennero catturati e fucilati. Nello scontro morì il carabiniere Giovanni Battista Scapaccino, alla cui memoria Carlo Alberto conferì la prima medaglia d’oro della storia d’Italia. Intanto, a Genova, il giovane mazziniano Giuseppe Garibaldi che si preparava a far insorgere la città veniva informato che tutto era finito e che era stato individuato. Riuscì a fuggire e il 3 giugno 1834 fu condannato a morte in contumacia.

Nel 1845 moti rivoluzionari scoppiarono a Rimini e nello Stato Pontificio. A Massimo d’Azeglio, che era andato a riferirgli sugli avvenimenti, Carlo Alberto disse: «… che il giorno della lotta contro l’Austria egli si sarebbe gettato con i suoi figli, con il suo esercito, con tutte le sostanze, a combattere per l’indipendenza d’Italia».

Comprensibilmente, l’8 giugno 1846, per ordine del Cancelliere Metternich, l’ambasciatore austriaco a Torino, Buol, invitò Carlo Alberto a chiarire la sua politica: o con l’Austria o con la rivoluzione. Il Re di Sardegna temporeggiò. Intanto, il 16 giugno, veniva eletto papa Pio IX, la cui prima preoccupazione fu di concedere l’amnistia ai condannati per reati politici. Il nuovo pontefice protestò poi contro l’Austria per aver occupato Ferrara, nel territorio della Chiesa, senza il suo consenso. Carlo Alberto, che in Pio IX vide un modo di conciliare la fede con le sue antiche idee liberali, gli scrisse offrendogli il suo appoggio.

Allo stesso modo, nel settembre 1847 Cesare Trabucco, segretario di Carlo Alberto, in un’occasione pubblica fu autorizzato a leggere una lettera del 2 del mese nella quale il Re sperava che Iddio gli facesse la grazia di poter intraprendere una guerra di indipendenza per la quale lui avrebbe preso il comando dell’esercito e della causa guelfa. Queste dichiarazioni e questi atteggiamenti resero molto più popolare Carlo Alberto. Egli tuttavia faceva sciogliere le manifestazioni antiaustriache, anche perché la corte e il governo erano divisi. De La Tour, Il ministro degli Esteri Solaro della Margarita e l’arcivescovo Luigi Fransoni consideravano pericolosa la strada che aveva intrapreso, ma gli erano favorevoli il ministro della Guerra Villamarina, Cesare Alfieri di Sostegno, Cesare Balbo, Massimo e Roberto d’Azeglio e il giovane conte di Cavour.

Intanto le richieste della popolazione si facevano pressanti e non sempre venivano accolte. In quel periodo, ad esempio, Carlo Alberto non accettò una delegazione genovese che chiedeva l’espulsione dal Regno dei gesuiti, ai quali aveva già imposto una censura sugli scritti politici. Egli attuò però la cosiddetta “Fusione perfetta” dello Stato Sabaudo del 29 novembre 1847, ciò che estese alla Sardegna le riforme attuate sul continente.

All’inizio del 1848 arrivarono le notizie che a seguito dei moti della “Primavera dei popoli” Ferdinando II di Borbone aveva concesso la costituzione. A Torino si acclamava al Re di Napoli e al Papa, mentre Carlo Alberto, angosciato, era vincolato al giuramento prestato a Carlo Felice di rispettare religiosamente tutte le leggi fondamentali della monarchia, fra le quali egli riteneva ci fosse l’assolutismo.

Il 7 gennaio 1848 all’albergo Europa di Torino si era tenuta la riunione dei giornali della città e Cavour, direttore del Risorgimento, aveva proposto di chiedere al Re la Costituzione. Anche la maggior parte dei ministri era del parere che la Costituzione andava concessa, anche per impedire che venisse imposta dal popolo. Carlo Alberto, indeciso sul da farsi, non volendo mancare al giuramento, pensò di abdicare, come aveva fatto in analoghe circostanze Vittorio Emanuele I. Mandò a chiamare il figlio per prepararlo alla successione, ma l’erede riuscì a convincerlo a rimanere al suo posto.

Il 7 febbraio si riunì un Consiglio di Stato straordinario. Erano presenti sette ministri, i decorati dell’ordine dell’Annunziata e gli alti dignitari. Parlarono tutti e la discussione proseguì per molte ore. Carlo Alberto, pallido, ascoltava in silenzio. Contrari alla Costituzione erano De La Tour, Carlo Beraudo di Pralormo e Luigi Provana di Collegno. Nell’intervallo del pranzo Carlo Alberto ricevette una delegazione della capitale che gli chiedeva la Costituzione per il bene della popolazione e per la salvaguardia dell’ordine.

Era ormai necessario prendere una decisione e, alla fine, fu incaricato il ministro dell’Interno Giacinto Borelli (1783-1860) di preparare subito un disegno di Costituzione. Il documento venne approvato e gli fu dato il nome di “Statuto”. Carlo Alberto aveva premesso che non avrebbe firmato se non fosse stato chiaro il rispetto della religione cattolica e l’onore della monarchia. Ottenutele, firmò. La seduta si sciolse all’alba.

Verso le 15,30 dello stesso 8 febbraio 1848, venne affisso per le strade di Torino un editto del Re che esponeva in 14 articoli le basi dello Statuto per un sistema di governo rappresentativo. Già alle 18 la città era tutta illuminata e percorsa da imponenti dimostrazioni a favore di Carlo Alberto.

L’editto precisava che la religione cattolica era l’unica dello Stato, il potere esecutivo apparteneva al re che comandava le forze armate, il potere legislativo era esercitato da due Camere, una delle quali elettiva, la stampa era libera e la libertà individuale garantita. Lo Statuto, completo di tutti i suoi articoli, fu approvato definitivamente il 4 marzo 1848 e firmato quello stesso giorno da Carlo Alberto. L’annuncio dello Statuto suscitò grande entusiasmo in tutto il Piemonte. Il primo governo costituzionale fu presieduto da Cesare Balbo che si insediò il 16 marzo 1848, due giorni prima dell’inizio delle Cinque giornate di Milano.

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