Filatelia

L’inizio della battaglia d’Inghilterra

Oggi è il 78° anniversario dell’inizio della battaglia d’Inghilterra.

A partire dal 10 luglio e fino all’11 agosto 1940 la Luftwaffe sferrò numerosi attacchi a strutture di navigazione e portuali lungo la costa meridionale inglese e sulla Manica. La prima fase della battaglia d’Inghilterra fu chiamata dai tedeschi Kanalkampf (cioè battaglia sulla Manica). La Kanalkampf si concretizzò in una serie di combattimenti nello spazio aereo sovrastante i convogli di mercantili in rotta attraverso il Canale della Manica. In generale queste battaglie al largo della costa favorivano i tedeschi: le massicce scorte di cui godevano i bombardieri erano sempre in superiorità numerica rispetto alle pattuglie inviate in difesa ai convogli. Il numero di affondamenti fu tale che l’Ammiragliato britannico sospese la navigazione commerciale lungo la Manica. Questi primi scontri servirono comunque ad entrambi gli schieramenti per accumulare esperienza, e indicarono anche che alcuni tipi di aerei, ad esempio il Defiant, caccia biposto della RAF con quattro mitragliatrici in una torretta posteriore ed il Bf 110 della Luftwaffe, erano inadeguati agli intensi scontri manovrati (dogfight) che avrebbero caratterizzato il seguito della battaglia.


Le poste britanniche hanno celebrato due volte questo epico scontro nei cieli che dal luglio 1940 alla primavera 1941 vide contrapposti i piloti della RAF e quelli della Luftwaffe.
La prima serie, del 1965, è stata emessa in occasione del 25° anniversario della battaglia d’Inghilterra ed è composta di otto valori, i primi sei da 4 pence e gli ultimi due da 9 pence e da 1 scellino e 3 pence. I soggetti rappresentati sono rispettivamente: quattro aerei da caccia Supermarine Spitfire all’attacco, pilota nella cabina di un Hawker Hurricane, superfici alari di un Me 109 e di uno Spitfire con le insegne della Luftwaffe e della RAF, due caccia Spitfire all’attacco di un bombardiere He-111, caccia Spitfire all’attacco di un bombardiere da picchiata Ju-87 (Stuka), coda di un bombardiere Do-17z2 e caccia britannici Hurricane, batteria contraerea durante un attacco aereo, cattedrale di S. Paolo a Londra, edifici incendiati e scie di condensazione.
Nel 2010, per celebrare il 70° anniversario del Battle of Britain Day, il Regno Unito ha dato alle stampe un bellissimo foglietto che riproduce 20 esemplari del francobollo di prima classe emesso l’anno precedente e dedicato al protagonista assoluto della battaglia, il Supermarine Spitfire. Il foglietto contiene anche altrettante vignette raffiguranti immagini e descrizioni narrative del periodo. Il margine superiore mostra i principali velivoli della RAF che furono impegnati in combattimenti aerei: Bristol Blenheim, Boulton Paul Defiant, Hawker Hurricane, Supermarine Spitfire, Gloster Gladiator. Nel margine inferiore è indicato il numero di piloti alleati suddiviso per Paese con la rispettiva bandiera del 1940: Gran Bretagna 2341, Polonia 145, Nuova Zelanda 127, Canada 112, Cecoslovacchia 88, Australia 32, Belgio 28, Sudafrica 25, Francia 13, Irlanda 10, USA 7, Giamaica 1, Rhodesia del Sud 1, Mandato britannico in Palestina 1.

Gli inglesi credono all’invasione e Churchill si impegna a prevenirla. “La battaglia di Francia è finita, comincia la battaglia d’Inghilterra.” I suoi discorsi sono qualche volta triviali (“Vi attendiamo, e vi attendono anche i pesci!”), qualche volta epici (“Noi combatteremo sulle nostre spiagge, sulle nostre colline, combatteremo nei nostri villaggi e nelle nostre città, e non ci arrenderemo mai.”) Il suo tema è sempre lo stesso: la Germania avrà vinto la guerra soltanto dopo aver piegato l’Inghilterra, e a questo non arriverà mai. Il suo scopo è di preparare il popolo inglese per le prove che lo attendono. La sua speranza: che l’America non resterà neutrale quando il mare della sua democrazia e la culla della sua civiltà saranno attaccati dalla barbarie nazista. Guardando il cielo puro di luglio, arriva a desiderare che si riempia di croci nere e che il crollo di Canterbury, di Oxford, di Westminster rechi un segnale d’allarme irresistibile fino agli Stati Uniti. Scrive ogni giorno a Roosevelt, chiede disperatamente armi, accetta in regalo 900 vecchi pezzi da 75 francesi della prima guerra mondiale, sollecita il prestito di 50 vecchi cacciatorpediniere. L’America è la stella verso la quale, durante la lunga lotta solitaria, il pensiero di Churchill non cesserà mai di orientarsi.
Lui stesso si mette a servizio. A Saint James Park, sotto il palazzo d’angolo di Storey’s Gate, è stato previsto un rifugio per il primo ministro. Winston lo visita, lo trova tetro, ordina di ingrandirlo, di riammobiliarlo, di corredarlo di un bar con liquori, e completarlo con un appartamento per lui e la moglie. “Non ne uscirò che vincitore, o, se Hitler vince, coi piedi avanti.” Poi fa affiggere un cartello con le parole pronunciate dalla regina Vittoria durante i rovesci della guerra boera.

Desidererei si capisse che non vi è pessimismo in questa casa; non prendiamo in considerazione possibilità di disfatta: non ne esistono.
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Accettando il pericolo, Churchill non accetta la mancanza di comfort. Egli continuerà, nei suoi battle apartments, la vita pingue, il consumo di sigari contrassegnati dalle sue cifre, i pasti generosamente annaffiati, il lavoro a letto nella vestaglia scarlatta e oro. Però è sempre pronto a ispezionare un luogo pericoloso, a salire in aeroplano nel cielo infestato di nemici, a sfidare i pericoli fisici della guerra che la maggior parte di condottieri fugge vergognosamente.
E’ senza incrinature la risolutezza britannica? Problema difficile. Poiché gli avvenimenti hanno avuto l’esito che sappiamo, i fiori del disfattismo non hanno potuto sbocciare e, d’altronde, nessuno si è levato, a cose fatte, per rivendicarne i boccioli appassiti. Sappiamo tuttavia che esistettero nell’aristocrazia, nella più grande banca d’Inghilterra, nei grandi affari, nella Chiesa d’Inghilterra, spiriti realisti portati a inchinarsi dinanzi all’inevitabile e a concludere almeno una nuova pace di Amiens, una tregua di ricupero, col nuovo Boney sorto dal pericoloso continente.
Sappiamo anche che, nelle isole anglo-normanne, unico territorio britannico conquistato dalla Wehrmacht, l’invasore non è stato accolto dalla guerriglia disperata raccomandata da Churchill ai francesi, ma, al contrario, con riguardo. Anche Churchill non si fa troppe illusioni. Si inorgoglisce perché il problema di una pace di compromesso non è mai stato contemplato dal suo Governo, ma, al suo ambasciatore a Washington, lord Lothian, così scrive: “Non cessate mai di imprimere nello spirito del Presidente che, se questo paese sarà invaso e occupato, vi si costituirà un governo Quisling per concludere la pace riducendo l’Inghilterra alla condizione di un protettorato tedesco”. Contro il pericolo di un venir meno delle élites, si appoggia sull’orgoglio insulare delle masse, a quel cemento di invincibilità che una lunga storia ha colato nelle vene del popolo inglese.
Esagera la sua fiducia per diffonderla. Ma sa meglio di chiunque altro che poche migliaia di paracadutisti, lanciati sugli aeroporti ad aprire la strada all’invasione, potrebbero creare in Inghilterra condizioni analoghe a quelle che, in poche ore, hanno generato la confusione nella difesa olandese e, in qualche giorno, la capitolazione dell’Olanda. Ogni mattina trascorsa senza notizie di sbarchi, costituisce un rinvio benedetto.
Mentre Churchill si meraviglia della tregua accordatagli, Hitler comincia ad intuire di che qualità sia il realismo britannico. Se l’Inghilterra non si deciderà a chiedere la pace egli dovrà costringervela con le armi. E’ una situazione nuova e imprevista. Ci si è rifiutati lungamente di ammettere che Hitler possa essere giunto fino a Calais senza aver previsto l’invasione dell’Inghilterra. Questa inverosimiglianza è tuttavia vera. L’uomo aveva tratto dalla sua immaginazione i progetti più stravaganti, ivi compreso quello di una nuova guerra di Secessione con le popolazioni americane di origine tedesca. Ma non aveva mai pensato che i suoi soldati avrebbero potuto mettere piede sulle spiagge del Kent, a 30 chilometri da Calais! Non aveva assolutamente preparato nulla per ottenerlo.

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