Filatelia

La battaglia di Fossalta e la cattura di Re Enzo

Oggi è il 769° anniversario della battaglia di Fossalta e della cattura di Re Enzo.

Il giovane e valoroso Enzo, figlio naturale dell’Imperatore Federico II di Svevia, venne catturato dai Bolognesi nella battaglia di Fossalta, località presso Modena, il 26 maggio del 1249. Il 24 agosto dello stesso anno il prigioniero fu portato a Bologna e rinchiuso nel palazzo che ancora oggi porta il suo nome. Vi rimase per ben ventitrè anni, fino alla morte. Malgrado le promesse e le minacce dell’Imperatore, i Bolognesi non vollero mai liberare Re Enzo. Si dice che Federico II offrisse in cambio persino un filo d’oro, così lungo da cingere le mura della città, pur di riavere il figlio.
Durante il periodo della prigionia Re Enzo fu trattato con tutti gli onori, tanto da avere intorno a sé una piccola corte regale. Il Comune aveva concesso al suo servizio molti servi e cuochi; letterati e poeti gli tenevano compagnia, perché anch’egli componeva poesie.
Si dice che nel 1265 il prigioniero tentò di fuggire dal Palazzo. Alcuni suoi amici si misero d’accordo con un portatore di vino, un “brentatore”, il quale nascose Re Enzo nella brenta o tino che portava sulle spalle. Ma una donna, dalla finestra di una casa vicina, scorse la bionda capigliatura di Enzo, che spuntava dal tino, e diede subito l’allarme. Accorsero i soldati di guardia: il fuggitivo fu ripreso e ricondotto nel suo Palazzo. L’episodio è raffigurato in due piccole sculture, oggi purtroppo molto corrose, poste nei pilastri laterali del maestoso Palazzo del Podestà.
Re Enzo venne sepolto, come era suo desiderio, nella grande Basilica di San Domenico, che custodisce ancora la sua tomba.
Per ricordare questo importante episodio della storia di Bologna abbiamo scelto un francobollo di San Marino da 30 lire emesso nel 1961 e dedicato a una mostra filatelica cittadina che raffigura alcuni importanti monumenti del centro storico e in particolare il Palazzo dove lo Svevo rimase prigioniero fino alla morte, avvenuta nel 1272.

Ai tempi in cui Dante soggiornò a Bologna, sulla facciata di Palazzo d’Accursio, proprio sotto la torre dell’orologio, fu costruito un balconcino coperto, sormontato dalla statua di Bonifacio VIII che ora è conservata al Museo Civico; da esso gli Anziani (coloro che anticamente avevano in mano il governo della città) assistevano alla famosa Festa della Porchetta, che ebbe inizio nel 1249 per festeggiare la vittoria riportata dai bolognesi su Re Enzo e che si tenne poi ogni anno, molto attesa dal popolino, fino all’arrivo di Napoleone Bonaparte nel 1796. Originariamente, la festa consisteva essenzialmente nel lancio al popolo, appunto dal balcone degli Anziani, di pollame, commestibili vari e monete che rimbalzavano e rotolavano per la piazza inseguite da una folla urlante che si azzuffava spietatamente (di tanto in tanto ci scappava anche il morto); poi, come gran finale, il lancio della porchetta arrostita, la quale era letteralmente sbranata al volo da energumeni scatenati che venivano investiti, subito dopo, dall’immancabile pioggia di brodo bollente, versato senza risparmio dagli ineffabili Anziani e dalle loro gentildonne […].
La Piazza del Nettuno può essere considerata un’appendice quasi naturale (dal punto di vista urbanistico e architettonico, s’intende) della Piazza Maggiore […]. A sinistra si ergono le strutture del Palazzo Re Enzo (ex Palazzo Nuovo del Comune costruito nel 1244-’46) con le due trifore che corrispondono alla stanza diurna del figlio di Federico II durante la lunga detenzione a Bologna (1249-1272). Attraverso un’ampia apertura ricavata in un alto muro s’intravede il cortile con pozzo, sovrastato dal terrazzo di comunicazione con il Palazzo del Podestà.
A proposito della persona di Re Enzo, l’immagine che ci siamo fatta di questo re-eroe nordico, vagamente soffusa di romanticismo, non solo non è del tutto chiara, ma rischia di venire inquadrata in un contesto ancora più improbabile dei miti che si ricollegano ad essa. Ma la fantasia e gli umori del popolo esigono il loro tributo e, in un certo senso, prevalgono anche sulla realtà storica. Nasce, quindi, la leggenda di Federico II che offre ai bolognesi, quale riscatto del figlio, tanto oro quanto ne occorre per cingere le mura della città, e l’altra dell’origine della nobile famiglia Bentivoglio dal re svevo, il quale avrebbe avuto un figlio da un’avvenente contadinella di Viadagola ch’egli soleva salutare dalla finestra della sua prigione con la frase “Anima mia, ben ti voglio” (Bentivoglio fu appunto il nome, secondo la leggenda, del figlio naturale). E nasce pure l’altro mito della fuga di Re Enzo dentro la brenta, sventato da una donna che stando a un balcone potè vedere dall’alto, sull’orlo del recipiente vinario, i biondi capelli dell’illustre prigioniero e dare l’allarme gridando “Scappa, scappa”. Il Comune avrebbe poi concesso alla donna, in premio della sua accortezza, di assumere il nome di Scappi: l’episodio curioso fu scolpito in due formelle d’arenaria – ora illeggibili – nel bugnato del Palazzo del Podestà. In Germania si credette a lungo che Re Enzo fosse rinchiuso in una torre rotonda vicino alla casa dei Lambertini, incatenato con catene d’oro.
In realtà Re Enzo fu custodito per vari anni con un certo rigore, tanto che – sembra – durante la notte veniva rinchiuso in una specie di robusta gabbia di legno, nella quale era stato sistemato il letto (né risulta da alcun documento ch’egli abbia mai tentato di fuggire). Ma poi, col tempo, la sorveglianza e il rigore rallentarono, e negli ultimi anni della sua vita gli era consentito di scendere nella Piazza e intrattenersi con i commercianti che avevano le botteghe nel Palazzo del Podestà. Sembra anche che non siano mancate al re la compagnia femminile e l’occasione d’intrattenersi in lieti conversari con nobili, poeti e artisti; è noto che lui stesso componeva buoni versi in volgare italiano. Una prigione d’oro, insomma, ma sempre una prigione, da dove lo sventurato sovrano, oramai senza regno, dovette assistere impotente alla tragedia degli Hohenstaufen; la misteriosa fine di Corrado IV e le tragiche morti di Manfredi e Corradino si succedono infatti in una specie di nèmesi funesta dopo la scomparsa di Federico II.

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