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BANCA MUTUA POPOLARE NOTINESE – NOTO 1876 di Alberto PUPPO

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Il titolo definitivo di cui parliamo oggi ci riporta alla Sicilia degli anni settanta dell’Ottocento, precisamente a Noto. Attualmente è un comune che conta oltre 20mila abitanti e si trova in provincia di Siracusa. Definita la “capitale del Barocco” nel 2002, il suo centro storico è stato dichiarato patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO, insieme con le altre città tardo barocche del Val di Noto.

La Banca mutua popolare notinese viene costituita con regio decreto il 19 luglio 1874. Il suo capitale sociale iniziale è di 200mila lire diviso in dieci serie di 4mila azioni cadauna del valore nominale di cinquanta lire. Anche in questo caso, come per la Banca mutua popolare di Avola, un ruolo decisivo per la sua nascita lo gioca la Camera di Commercio ed Arti di Siracusa il cui presidente è Pasquale Midolo. Proprio l’attività di questo ente permette a tutto il siracusano di effettuare una profonda trasformazione economica e sociale.

Ricordiamo che la provincia di Noto e poi di Siracusa (dal 1865) è la più grande del Regno fino al 1927, anno in cui avviene il distacco del Circondario di Modica e la creazione, nell’estrema cuspide sud-orientale dell’isola, della provincia di Ragusa.

La Camera di commercio di Siracusa contribuisce al finanziamento della costruzione di strade, ferrovie e del porto. Significativo il suo impegno anche per lo sviluppo del settore agricolo e per combattere la piaga dell’analfabetismo. Gli stessi imprenditori siciliani della zona usufruiscono dell’aiuto della Camera di commercio: nel 1872 nasce la Banca Mutua Popolare di Siracusa ad opera di professionisti e possidenti locali; nel 1873 comincia ad operare la Banca Mutua Popolare Agricola di Avola, la Banca Popolare Cooperativa di Augusta e nel 1874 la Banca Mutua Popolare Notinese di cui ci stiamo occupando.

Con la nascita di queste banche la Camera di commercio di Siracusa tenta di arginare il dilagante fenomeno dell’usura, una vera calamità per l’economia della zona, in particolar modo quella agricola. Nonostante il fervido impegno della Camera di commercio, la Sicilia, dopo l’unità d’Italia, conosce un vero e proprio crollo economico.

Il motivo è presto detto:
Il Regno delle Due Sicilie, nel 1861, non ha un elevato debito pubblico, anche a causa della bassa quantità di investimenti in opere di modernizzazione; al contrario, il Regno di Sardegna ne ha uno molto elevato anche a causa delle guerre contro gli austriaci. In seguito all’Unità d’Italia viene unificato anche il debito, facendo gravare anche sui contribuenti meridionali gli investimenti effettuati in Piemonte nel corso degli anni ’50 del XIX secolo. A ciò si aggiungono le politiche liberiste del nuovo Regno d’Italia che fanno entrare in crisi i principali settori produttivi delle regioni meridionali e della Sicilia, che perde i mercati tradizionali non reggendo più la concorrenza inglese e francese.

La stessa fiscalità soffoca i siciliani: la tassa sul macinato diventa il simbolo nefasto di questa politica che affama la povera gente. Gli stessi investimenti, in particolare quelli di un settore così vitale come quello idrico, diminuiscono rispetto all’epoca borbonica. Anche le infrastrutture mancano quasi del tutto: la Regione ha la sua prima brevissima linea ferroviaria, la Palermo-Bagheria, solo nel 1863. Con la politica del libero scambio viene disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, troppo frammentati, a vantaggio della grossa impresa del nord Italia e così avviene anche per la locale industria alimentare. Solo la produzione del grano, del vino e degli agrumi, che vengono esportati durante la guerra di secessione americana, conosce un’impennata.

Tuttavia lo spopolamento per fame delle campagne è irreversibile. Il fenomeno della mafia si diffonde sempre di più come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti, o come sistema dei campieri-gabellotti per intimidire gli stessi proprietari, diventa piano piano anche il mezzo mediante il quale le autorità piemontesi, impotenti a governare il territorio, tengono a freno ogni velleità di rivolta mettendo a capo dei municipi i “capi-rais” o personaggi indicati da questi.

A questa complicatissima situazione si aggiunge il brigantaggio che insanguina la Sicilia per anni anche a causa della durissima repressione messa in atto dal governo piemontese. A testimoniare la spaventosa situazione in cui si trova l’isola ci pensa la famosa inchiesta sulle Condizioni politiche e amministrative della Sicilia dei parlamentari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, pubblicata nel 1876. Qui è doviziosamente raccontato lo stato di miseria, analfabetismo e violenza in cui versa l’isola, con una mafia descritta come “un’accozzaglia di briganti, di malandrini, di facinorosi, spesso alleati con i ricchi proprietari terrieri, che trae forza dalla violenza e dal delitto”. Proprio in questi anni si comincia a parlare  della cosiddetta questione meridionale, un tema mai risolto fino ad oggi è che costituisce il freno maggiore a uno sviluppo uniforme di tutto il Paese.

 

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