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Lo scandalo della Banca Romana

Lo Scandalo della Banca Romana

Erano le 22.00 del 10 dicembre 1892, l’ora in cui gli inservienti abbassavano la fiamma dei lumi a petrolio, quando Napoleone Colajanni deputato dell’estrema sinistra e Maffeo Pantaloni, direttore del “Giornale degli Economisti”,  si incontrarono nella prima sala d’attesa del palazzo di Montecitorio.

Si trattava di un appuntamento al buio: il deputato siciliano non sapeva chi avrebbe incontrato, ne quale sarebbe stato il tema dell’incontro.

Nel pomeriggio aveva ricevuto un biglietto che parlava di un gravissimo scandalo nel quale era coinvolto il Governo Giolitti, e quindi gli fissava un appuntamento per la sera stessa a Montecitorio per ulteriori rivelazioni.

Colajanni durante l’incontro con l’economista ebbe modo di vedere la relazione Alvisi-Biagini del 1889, della quale aveva solamente sentito parlare, che denunciava pesanti irregolarita’ nella condotta della Banca Romana governata da  Bernardo Tanlongo.

La scottante relazione era il frutto di una ispezione speciale decisa da Francesco Miceli, Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, ma voluta in realta’ da Francesco Crispi, il Presidente del Consiglio in carica, il quale voleva far cosa gradita a Giovanni Nicotera, Ministro dell’Interno del precedente Governo Di Rudinì. Lo scopo era quello di colpire Girolamo Giusto, Direttore Generale del Banco di Napoli, il quale aveva la sfortuna di essere inviso al Nicotera. La stessa ispezione venne poi allargata agli altri cinque istituti di emissione per darle una veste di formale e completa legalita’.

Il senatore Giacomo Giuseppe Alvisi di Rovigo, deputato della sinistra, presidente della Corte dei Conti e particolarmente noto per la sua rettitudine, era stato destinato all’ispezione presso il Banco di Napoli, ma poi, in seguito alle minacciate dimissioni di Girolamo Giusto, in quanto una cosi autorevole scelta avrebbe potuto avere conseguenze sulla fiducia che i risparmiatori nutrivano per la sua banca, venne dirottato verso la Banca Romana.

 

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Figura n. 1    

Genesi della Banca Romana

Ma quale e’ la genesi e la storia di questa Banca ?

Possiamo far risalire le sue origini alla “Cassa di Sconto di Roma” creata il 12 luglio del 1825,  ma che solo dopo cinque anni, il 28 luglio del 1830, estinse tutti i sui depositi ed i biglietti emessi. Dopo circa 4 anni, il 14 ottobre del 1834, l’istituto creditizio prese il nome di “Banca Romana”, tramite notificazione del Cardinal Bernetti, Segretario di Stato di papa Gregorio XVI, ed ottenne il privilegio della emissione. Fallita la IIa Repubblica Romana l’8 marzo del 1850 Pio IX,  trasformo’ la Banca Romana nella “Banca dello Stato Pontificio”, con sede a Roma e con due succursali ad Ancona ed a Bologna, quest’ultima dal 28 giugno del 1855 divenne istituto autonomo prendendo il nome di “ Banca Pontificia per le 4 Legazioni ”, che erano Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì.

In seguito alla Breccia di Porta Pia ed alla caduta dello Stato Pontificio, il 2 dicembre del 1870 la banca riprese il sua antica denominazione di “Banca Romana” fino a quando, il 23 novembre  del 1893, in seguito allo svolgersi delle drammatiche vicende che esporremmo, venne posta in liquidazione tramite Regio Decreto.

Tornando ora all’ ispezione speciale sulle banche di emissione, Miceli per l’ indagine alla Banca Romana, aveva affiancato Antonio Monzilli, il Capo Divisione per il Credito del suo Ministero, al senatore rodigino. Ma gia’ dopo la prima riunione Alvisi aveva detto e scritto al Ministro le sue perplessita’ circa la presenza in commissione di un possibile imputato.

Il Ministro dopo una attenta e ponderata riflessione risolse la cosa all’italiana: diede carta bianca ad Alvisi, ma mantenne, seppure con poteri limitati, Monzilli in commissione, chiedendogli inoltre di redigere una seconda relazione.

Il senatore Alvisi aveva scelto, al fine di condurre scrupolosamente l’ispezione, la collaborazione di Gustavo Biagini, un diligente funzionario del Ministero del Tesoro, che Giovanni Giolitti, titolare del dicastero, aveva fatto appositamente rientrare da Piacenza, dove si trovava in missione.

Biagini si mise subito a lavoro e gia’ durante la prima settimana individuo’, fra le altre irregolarita’, la presenza in cassa di biglietti emessi abusivamente, duplicando alcune delle serie gia’ emesse, nei tagli delle 50, 200  e 1.000 lire,  per un totale di 9.050.000 lire, che determinavano in parte un eccesso di circolazione accertato di circa 25 milioni di lire.

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Figura n. 2     

Relazione Alvisi – Biagini 1889, biglietti abusivi

 Relazione-Alvisi-Biagini-biglietti-abusivi

L’ integerrimo  funzionario,  vista la drammatica situazione, chiese ed ottenne udienza al Ministro per metterlo al corrente delle rilevanze emerse a seguito dell’ispezione. Miceli dopo averlo ascoltato con molta attenzione, lo ammonì sulla gravita’ di quando stava riferendo, Biagini confermo’ che era certo di quanto asseriva, ma che, se il Ministro lo desiderava, sarebbe tornato in banca per fare di nuovo i calcoli.

Monzilli, presente al colloquio fra il Ministro ed il funzionario, vistoso scoperto, tratto’ quest’ultimo con arroganza e supponenza, giudicandolo solo un  visionario. Ma Biagini non arretro’, anzi tornato in ufficio invio’ una lettera al Ministro nella quale ribadiva il vuoto di cassa e l’eccedenza di circolazione rilevati  nel corso dell’ispezione.

Bernardo Tanlongo, Presidente della Banca Romana, convocato urgentemente dal Ministro,  e messo alle strette, dovette confermare sia il buco di cassa che la creazione di banconote abusive, avvenuta tramite la produzione di biglietti ordinati alla societa’ H.C. Sanders & Co. di Londra. I numeri di serie utilizzati  erano quelli delle presunte banconote da sostituire per usura, e con l’apposizione clandestina e notturna delle firme tramite torchietto da parte sua, di suo figlio e del barone Lazzaroni, Capo cassiere della Banca Romana; il gioco era fatto.

Dopo l’inevitabile confessione, il Governatore  rassicuro’ prontamente il Ministro, dichiarando che avrebbe provveduto quanto prima alla regolarizzazione della incresciosa situazione.

Da uomo scaltro quale era, Tanlongo, riuscì a tener fede a quanto aveva promesso grazie ad un espediente: un prestito di 10 milioni di lire per sole 24 ore, da parte dalla filiale di Pisa della Banca Nazionale.

La nuova ispezione di Biagini e Monzilli dovette in tal modo confermare, anche se in modo del tutto  momentaneo, il ripianamento del buco di cassa.

In  seguito, per sanare l’ammanco di cassa, provvide con un altri artifici: per 3 milioni tramite un prestito della Banca Nazionale di Giacomo Grillo, e per i restanti 6 milioni mediante la creazione di una serie di conti correnti fittizi.

Il rapporto tecnico che Biagini presento’ al senatore Alvisi, venne utilizzato dallo stesso per la relazione al Ministro Miceli, il quale  la integro’, con la relazione di Monzilli che riportava un ammanco di soli 3 milioni di lire,  in un documento presentato al Consiglio dei Ministri  alla  fine del 1889.

Fu in  quella occasione che Francesco Crispi, capo del Governo, chiese gli esiti dell’indagine speciale eseguita alla Banca Romana, e Giovanni Giolitti, titolare del Ministro del Tesoro,  gli rispose che “… tra le carte vi era roba da codice penale ”.

Nonostante la bruciante risposta di Giolitti,  il documento presentato da Miceli non ebbe alcun seguito, non solo perche’ erano in molti fra gli uomini di governo e fra  i parlamentari che avrebbero avuto solo da rimetterci, ma anche perche’ la scottante relazione Alvisi-Biagini fu stemperata dall’accomodante relazione di Monzilli.

Per altro, il riordino e l’ammodernamento del sistema creditizio era un problema che ogni Presidente del Consiglio aveva rinviato a tempi migliori. Dal 1879 al 1889 erano stati formulati 15 progetti di legge che apposite commissioni avevano discusso ed approvato, ma nessuno di questi era riuscito a diventare legge.

Il  senatore Alvisi, negli anni a seguire, fu l’unico che ebbe a cuore gli esiti dell’ispezione, tanto da proporla diverse volte per un dibattito parlamentare, ma venne sempre contrastato dagli altri parlamentari in nome della reputazione del credito pubblico e dei supremi interessi del paese.

Combattuto tra i dettami della sua coscienza ed il vincolo al segreto professionale, il senatore di Rovigo trovo’ alla fine una terza via, e con la condizione di non parlarne se non dopo la sua morte, consegno’ una copia della relazione al suo amico Leone Wollemborg, che ne fece partecipe Maffeo Pantaloni, il quale diede quel misterioso appuntamento al deputato Colajanni, affinche’ della scandalosa vicenda se ne parlasse finalmente in aula.

Per comprendere il contesto storico, economico e finanziario nel quale la vicenda della Banca Romana si snoda, e’ forse opportuno ripercorrere le complesse vicende che interessarono gli istituti di emissione fin dal 1861.

L’unificazione del Regno d’Italia aveva segnato la caduta dei confini degli Antichi Stati, i quali operavano, con legislazioni, condizioni economiche e tradizioni diverse, le quali si riflettevano naturalmente sulle istituzioni creditizie che erano adeguate e rispondenti ai ritmi ed alle consuetudini locali. Di fatto ogni banca operava in maniera autonoma nell’Antico Stato di appartenenza.

Il sistema finanziario, composto da istituti di emissione, banche di credito, casse di risparmio, monti di pieta’ e monti frumentari, era complesso ed articolato, ma del tutto privo della necessaria omogeneita’ per operare nel neonato Regno d’Italia.

Le banche emittenti erano molto diverse fra loro per diversi motivi: lo sviluppo economico ed industriale dello Stato preunitario nel quale erano cresciute, la disparita’ della distribuzione territoriale degli sportelli, la tipologia e la solidita’ del capitale proprio,  ed  infine per i mezzi di pagamento utilizzati: banconote a taglio fisso (al portatore ed a vista) per la Banca Nazionale, per la Banca Nazionale Toscana e per la Banca Toscana di Credito, Fedi di credito nominative ed a taglio variabile per il Banco di Napoli e  Polizze per il Banco di Sicilia.

Per avere una idea della particolare situazione relativa alla circolazione monetaria di quel periodo,  possiamo prendere ad esempio la circolazione della moneta metallica. Nei territori del Regno coesistevano ben sette sistemi monetari diversi basati sulla lira nuova piemontese, la svanzica del lombardo-veneto, la lira modenese, la lira lucchese, il francescone, il ducato e lo scudo; oltre a queste circolavano anche le monete antiche degli Stati preunitari e quelle dei paesi stranieri.

Le istituzioni finanziarie degli Antichi Stati dovettero quindi adeguarsi ad una nuova realta’ che comprendeva oltre alla legislazione vigente, quella dello Stato Sabaudo, anche la concorrenza con le altre banche del Regno e la possibilita’ di aprirsi ai mercati esteri.

Le sei banche di emissione (a quelle gia’ citate va’ aggiunta la Banca degli Stati Pontifici che, con la caduta dello Stato Pontificio nel 1870, prese il nome di Banca Romana) erano un esempio unico di retaggio preunitario,  mentre nel contesto europeo era presente gia’ da tempo un unico istituto di emissione nazionale. L’ anomalia italiana era frutto sia della recente unificazione, sia della necessita’ di dare un concreto sostegno al Centro e al Sud, compensando  il gran numero di istituti di credito che operavano capillarmente  nel Nord.

Alcuni di questi istituti, nonostante fossero sottoposti a rigidi e continui controlli, ricadevano sotto il dominio dei politici locali, incorrendo in frequenti abusi, tanto da metterne in discussione la loro stessa esistenza.

Così non fu per la Banca Nazionale, sorta il primo gennaio 1850, che grazie ad una serie di circostanze legate al riassetto della finanza pubblica dello Stato sardo- piemontese, aveva assunto un ruolo preminente rispetto alle altre banche. Tale ruolo venne ulteriormente rafforzato dall’avvento del corso forzoso.

Il decreto n. 2873 del 1 maggio 1866,  concesse esclusivamente ai biglietti emessi della Banca Nazionale lo status di moneta legale in tutto il territorio dello Stato, oltre al carattere di inconvertibilita’ con l’oro delle proprie banconote; in cambio lo Stato ottenne un mutuo di 250 milioni di lire all’interesse del 1,5 % annuo.

Le banconote delle altre cinque banche di emissione, vennero  riconosciute come moneta legale solo nelle province di pertinenza e potevano essere convertite  in moneta d’oro, con un cambio sconveniente a causa dell’aggio, o in biglietti della Banca Nazionale.

L’aggio fu uno degli effetti piu’ deteriori del corso forzoso. Chi voleva cambiare in moneta metallica la cartamoneta emessa dalle cinque banche che non avevano avuto il privilegio del corso forzoso, poteva farlo pagando un sovraprezzo, che passo’ in poco tempo dal 1 %  al  20,5 % , attestandosi su una media del 15 %.

Il corso forzoso determino’ la tesaurizzazione della moneta metallica con  conseguente disagio per le banche e per il piccolo commercio, inoltre venne a determinarsi una contrazione della circolazione. Per ovviare a questi problemi, con la legge Minghetti-Finali del 30 aprile 1874, venne creato un Consorzio di sei banche, che emise dei biglietti consorziali o certificati consortili, con i quali si dovevano cambiare le banconote emesse dai singoli istituti, che in questo modo avevano corso legale in tutta Italia.

Le sei banche erano autorizzate ad emettere banconote in misura non superiore al triplo del patrimonio posseduto (per i due Banchi meridionale) e non superiore al triplo del capitale versato ad esclusione delle riserve (per gli altri quattro istituti).

In  ogni caso il valore dei biglietti emessi non doveva essere superiore al triplo del valore del numerario metallico e dei biglietti consorziali presenti in cassa.

La legge prevedeva per i sei istituti l’obbligo del rimborso dei loro biglietti tramite biglietti consorziali o moneta metallica, inoltre i 6 istituti potevano chiedersi la reciproca conversione dei biglietti incassati, tramite la cosiddetta “ Riscontrata ”.

Se nelle periodiche Riscontrate si verificava una compensazione bilaterale equilibrata non c’era nessun problema, quando pero’ era necessaria una compensazione, e questo succedeva la maggior parte delle volte, la banca creditrice pretendeva il saldo in biglietti consorziali o in moneta sonante.

Questo significava, per la banca debitrice, una riduzione del numerario delle  riserve con conseguente riduzione del limite massimo di emissione e quindi della possibilita’ di aumentare la zona di circolabilita’ dei propri biglietti, a discapito della concorrenza con le altre banche emittenti ed  a diretto e completo  vantaggio della banca creditrice.

La Banca Nazionale aveva gia’ la piu’ estesa zona di circolabilita’ rispetto alle cinque banche concorrenti, ed anche una maggior capillarita’ sul territorio del Regno, la possibilita’ di circolazione delle sue banconote puo’ essere paragonate  a quella che ai nostri giorni possono vantare  valute come il dollaro o l’euro.

A causa del boom edilizio e della  speculazione delle aree fabbricabili che interesso’ tutta la penisola, ed in particolar modo Roma e Napoli, grazie anche alla politica del denaro facile attuata dalle banche con la tolleranza del Governo, si instauro’ una forte concorrenza fra gli istituti di credito che praticavano condizioni creditizie sempre piu’ vantaggiose.

La situazione peggioro’ ulteriormente in seguito alla depressione agricola europea, e al diffuso protezionismo, di cui ne e’ un esempio la guerra doganale con la Francia.

Contenzioso daziario che degenero’ con il ritiro dei capitali francesi dalle banche italiane, tale ritorsione provoco’ una profonda crisi dell’intero sistema creditizio italiano.

L’indagine speciale ministeriale Alvisi-Biagini del 1889 aveva portato alla luce diffuse irregolarita’ negli istituti di emissione: conti correnti allo scoperto, incetta dei biglietti della Banca Nazionale e speculazioni in borsa con i soldi dei depositanti.

Il Giornale degli Economisti aveva scritto che “ …in Italia lo Stato anziche’ proteggere il pubblico dalle banche, faceva tutto il contrario. “

A conferma di questo il 6 dicembre 1892 era stato presentato un progetto di legge a firma di Pietro Lacava, Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, e di  Bernardino Grimaldi, Ministro del Tesoro, che avrebbe prorogato di altri 6 anni la facolta’ di emissione ed il corso legale dei biglietti degli istituti di emissione, il 20 dicembre se ne doveva discutere alla Camera con un esito che allora sembrava del tutto scontato; ma non fu cosi.

Colajanni nella seduta del 20 dicembre, dieci giorni dopo l’incontro con Maffeo Pantaloni a Montecitorio, dopo essere rimasto muto per  circa mezzo minuto, in piedi con il braccio sinistro sollevato e l’indice puntato verso il banco del Governo, chiese conto all’esecutivo della mancata pubblicazione della relazione Alvisi-Biagini.

Quindi prosegui’ il suo intervento parlando della Banca Romana e della gravissima situazione emersa dalla ispezione ministeriale voluta da Miceli. La cassa  a mano era ad esclusiva ed autonoma disposizione del Cassiere, da cinque anni non aveva avuto luogo il riscontro mensile previsto dagli statuti, biglietti stampati abusivamente per circa 9 milioni di lire, timbri e carta per le banconote custoditi in una cassaforte ad esclusiva ed autonoma disposizione del Governatore, eccesso di circolazione per circa 25 milioni, ed un portafoglio di piazza costituito per 9/10 da cambiali di comodo, senza la relativa deliberazione della commissione di sconto ed in alcuni casi senza la data di scadenza.

In sostanza la Banca Romana faceva dei prestiti senza garanzie a persone che non pagavano e che al massimo rinnovavano indefinitivamente le loro cambiali, c’erano inoltre una serie di conti correnti “scoperti”, che annoverava fra i correntisti lo stesso Governatore ed il Presidente del Consiglio di Censura della Banca Romana.

Come si puo’ immaginare la  reazione fu vivissima e concitata. Dopo accese discussioni e prese di posizione reciproche fra i chiamati in causa e Colajanni, furono messe al voto sia la proroga per soli tre mesi della facolta’ di emettere  cartamoneta per gli istituti di emissione, sia la proposta di una nuova Ispezione ministeriale,  presso i sei istituti creditizi. Entrambe le proposte furono approvate a larga maggioranza.

Il clima stava cambiando e sembrava spirare un vento nuovo, lo stesso Biagini, mandato per punizione  a Forli’ dopo l’inchiesta del 1889, venne richiamato a tamburo battente a Roma  dalla direzione del Ministero del Tesoro.

La nuova commissione ministeriale,  presieduta dal senatore  Gaspare Finali, che aveva avuto mandato di indagare sulle attivita’ delle sei banche di emissione, inizio’ i suoi lavori ed in breve scoprì numerose irregolarita’ sia alla Banca Romana che al Banco di Napoli.

La stampa fece da cassa di risonanza all’ispezione, riportando anticipazioni e commenti, fra le altre notizie i giornali riportarono che alla Banca Romana erano stati trovati dei biglietti che pur recando la data del 1872 al posto della firma del Governatore dell’ epoca Ludovico Guerrini, portavano la firma del Governatore Tanlongo, divenuto tale solo nel 1881.

Ma chi era Bernardo Tanlongo ?

Nato a Roma, e lasciata la scuola a 13 anni, era entrato prestissimo nel commercio raggiungendo in pochi anni una posizione molto agiata. Aveva stretto buone relazioni con la massoneria e con i politici, inoltre era diventato l’amministratore di una grande tenuta del Re Vittorio Emanuele II. Entrato in contatto con personaggi altolocati e grand commis dello Stato come Quintino Sella, Urbano Rattazzi e Agostino Depretis, e grandi industriali e finanzieri come Carlo Bombrini, dopo la morte di Guerrini, “ venne costretto, per il bene della patria “  ad accettare il governatorato della Banca Romana.

Il Sor Bernardo non se la senti’ di rifiutare l’invito a sacrificarsi per la sua patria,  accetto’ l’ingrato incarico dimostrando tutto il suo senso del dovere.

Negli anni che seguirono Tanlongo gestì la Banca Romana nel modo che le varie inchieste appurarono, cioe’ elargendo soldi non suoi, versati in banca da ignari risparmiatori, a qualsiasi potente o amico di potente gliene facesse richiesta.

Ma il tempo e’ galantuomo e alle 7,30 del 19 gennaio del 1893, quando Tanlongo arrivo’ alla sede della Banca Romana in Via della Pigna n. 13a,  trovo’ due persone che lo aspettavano, che non erano due clienti troppo mattinieri, ma due poliziotti con un mandato di cattura.

Nello stesso momento altri poliziotti,  erano in casa Lazzaroni con un mandato di arresto per il Cassiere Capo della Banca Romana.

Era accaduto che a seguito della relazione di Enrico Martuscelli, ispettore della commissione Finali e segretario generale della Corte dei Conti,  era stata  avviata una inchiesta giudiziaria parallela a quella tecnica della ispezione ministeriale, che stava agendo contro i maggiori indiziati, tramite mandati di cattura, perquisizioni e requisizione di documenti.

Entrambi i catturandi sollevarono eccezioni all’arresto e in piu’ il legale di Tanlongo invio’ formale protesta al Presidente del Senato, chiedendo per il suo protetto l’applicazione della immunita’ parlamentare.

Il realta’ la nomina a Senatore del Regno di Tanlongo, avvenuta nel novembre 1889 tramite decreto del Re, doveva essere ancora convalidata dal Senato, si trattava di una mera formalita’, dopo la quale si sarebbe proceduto al giuramento ed alla successiva proclamazione; solo in questo modo la nomina a senatore sarebbe diventata effettiva.

Nel caso di Tanlongo la nomina regia non era stata convalidata del Senato, e quindi in una  riunione ai  massimi livelli  avvenuta la sera precedente, si era deciso che non poteva godere della conseguente immunita’ parlamentare.

In verita’ la sorte del Governatore era stata segnata con un mese di anticipo rispetto a riunione di cui sopra, quando Giolitti, durante un dibattito parlamentare, si rese conto che dalla commissione Finali sarebbe emerso in piena luce lo scandalo per le irregolarita’ della Banca Romana.

Il Presidente del Consiglio in carica fece anche un ultimo tentativo, che probabilmente avrebbe ridotto la portata dello scandalo: si trattava della fusione immediata della Banca Romana con la Banca Nazionale e con le Banche Toscane. La manovra non ando’ a buon fine in quanto fu  ostacolata dallo stesso Tanlongo, il quale, rifiutando la fusione con gli altri istituti di emissione, dimostrava che oltre a nutrire un amore viscerale per la sua banca, aveva ancora la certezza della sua impunita’. Infatti il disordine che regnava nei conti della banca era il frutto dei prelievi, che oltre ad accrescere il suo personale patrimonio, erano serviti a finanziare diverse campagne elettorali, oltre ad alcuni giornali che compiacenti ricambiavano il generoso sostegno con articoli contrari alla “riscontrata” ed alla ipotesi di una unica banca di emissione.

Nel frattempo procedeva l’indagine della commissione Finali, e l’ispettore Martuscelli  rilevava numerose irregolarita’: circolazione clandestina per 70 milioni di lire, biglietti in doppia serie per 41 milioni di lire e un vuoto di cassa per circa 28 milioni di lire.

 

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Figura n. 3   

Relazione Finali-Martuscelli, biglietti abusivi

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La perquisizione nella abitazione di Tanlongo, diede come esito il ritrovamento di circa 400 documenti, che dopo una notte di lavoro ed una accurata quanto illegale selezione, si ridussero a  soli 27 documenti.

Nonostante questa indebita sottrazione di documenti ed a soli 35 giorni dalla denuncia in aula di Colajanni, il 22 gennaio Tanlongo venne tradotto a Regina Coeli.

In parlamento, alla riapertura dei lavori, Giolitti si trovo’ ad affrontare ben 19 interrogazioni parlamentari. All’ uomo di Dronero venivano imputate tre colpe: aver occultato la relazione Biagini-Alvisi (come Ministro del Tesoro del secondo governo Crispi), la proposta di nomina a Senatore del Regno per Tanlongo e il denaro avuto dalla Banca Romana per finanziare le sue campagne elettorali.

In galera finirono anche Cesare Lazzaroni e Antonio Monzilli, insieme al nipote del cassiere della Banca Romana, il barone Michelino Lazzaroni.

Quando gli inquirenti contestano all’ex Governatore il vuoto di cassa di 28 milioni, egli si giustifico’ dichiarando che i soldi, essendo stati consegnati ai politici, non potevano figurare, quindi era stato costretto a creare operazioni bancarie fittizie e ad aprire conti allo scoperto.

Tanlongo nonostante le gravi irregolarita’ emerse dalla relazione Alvisi-Biagini, ma pressato dalle continue richieste di soldi dai parlamentari, ministri e faccendieri, dopo aver esaurito le possibilita’  tramite la circolazione abusiva, ricorse di nuovo alla  duplicazione dei biglietti attraverso la societa’ londinese H.C. Sanders & Co.

Alla ditta londinese vennero ordinata la stampa dei biglietti per i tagli da 25, 100, 500 e  1.000 lire, per un totale di 41 milioni, chiedendo loro di imprimere sulle banconote i numeri di serie delle presunte banconote da sostituire perche’ usurate.

I biglietti per essere messe in circolazione avevano bisogno delle firme stampigliate del Governatore e del Censore, le serie indicate erano del 1870, quelle di venti anni prima, infatti solo con quel lasso di tempo era possibile giustificare una sostituzione dei biglietti logori e sgualciti. Le banconote avrebbero dovevano recare  la firma di Paolo Della Porta, Commissario Pontificio, per altro ormai deceduto.

La falsificazione operata dai Tanlongo nottetempo, aveva i caratteri della grossolanità: Paolo della Porta figurava come censore mentre fino al 1871 aveva firmato sui biglietti come Commissario Pontificio, inoltre i nomi dei censori Feoli e Angelini venivano stampigliati con i punzoni mentre negli originali le firme erano fatte a mano. Ma l’errore piu’ evidente fu lo stridente contrasto fra la freschezza delle banconote, e la data di emissione sovraimpressa di venti anni prima.

Fortunatamente dei 41 milioni di banconote duplicate soltanto 435.000 lire erano state messe in circolazione.

Il 9 marzo la commissione Finali consegno’ al Presidente del Consiglio le  conclusioni della sua inchiesta, composte da quattro relazioni piu’ una quinta redatta del Presidente della commissione, che Giolitti, in accordo con Zanardelli Presidente della Camera, fece stampare e distribuire ai deputati e ai senatori. Inoltre un plico che conteneva i nominativi delle persone che avevano preso dei soldi o che avevano cambiali in sofferenza presso le banche inquisite, fu inviato ai Presidenti dei due rami del parlamento.

Il plico di color cenerino venne presto chiamato “ il plico delle sofferenze “, facendo leva sul gioco di parole fra lo stato di alcune cambiali e il tipo di reazione che il plico, una volta reso noto, avrebbe esercitato sui nominativi citati.

Ad eccezione dei due istituti toscani, tutte le banche di emissione avevano commesso delle irregolarita’, ma la Banca Romana era nettamente in testa in questa  classifica dell’ istituto piu’ truffaldino.

Viste le drammatiche risultanze della commissione Finali e dopo le insistenti richieste proveniente da piu’ parti, venne nominata una  Commissione di inchiesta parlamentare composta da sette deputati, che aveva il potere di indagare su tutto, senza naturalmente usurpare le funzioni dell’autorita’ giudiziaria.

La commissione che come presidente aveva Antonio Mordini, annoverava fra i suoi membri: Giovanni Bovio, Cesare Fani, Alessandro Paternostro (segretario), Clemente Pellegrini, Paolo Emilio Sineo e Gianforte Suardi.

Dopo essersi dati delle regole per il funzionamento interno, la commissione dei “sette saggi” come venne chiamata,  si fece consegnare il “ plico delle sofferenze ”.

Dentro c’erano 6 buste sigillate, e su ognuna c’era il nome di una delle banche di emissione. La commissione dopo aver esaminato i documenti stilo’ quindi un elenco di firmatari di tratte e cambiali non pagate che andavano dalle 10.000 lire ai 2.000.000 di lire ed oltre.

Politici, Ministri, Presidenti del Consiglio, funzionari statali, giornalisti e faccendieri; nomi oscuri, illustri, noti e notissimi.

Fra questi ultimi primeggiarono i nomi di Giolitti e di Crispi. Fra i due statisti inizio’ cosi una guerra senza esclusione di colpi, fatta di dossier, lettere e bigliettini scarabocchiati; alimentata sia dai due contendenti, sia dai Tanlongo padre e figlio, che cercano di salvarsi producendo documenti o testimonianze, ora per l’uno ora per l’altro, a seconda della convenienza dettata del momento.

La commissione dei 7 saggi interrogo’ sia Giolitti che Crispi, i quali naturalmente negarono qualsiasi coinvolgimento con Tanlongo che non fosse quello dovuto al loro ruolo istituzionale.

Anche Martuscelli, venne ascoltato dalla commissione dei 7, e prima ancora di essere interrogato deposito’ due documenti. Il primo era un elenco di politici e di funzionari dello Stato che avevano ricevuto dei prestiti dalla Banca Romana e che li avevano rimborsati o li stavano rimborsando; mentre il secondo elenco, ricavato dai disordinati appunti e foglietti del Governatore, riguardava i nominativi dei beneficiari e le somme dei prestiti non rimborsati.

Per coprire l’ammanco si era ricorso a una serie di espedienti fantasiosi: produzione di biglietti abusivi, creazione di finti depositi, falsi conti correnti, assegni di comodo, credito allo scoperto, ecc.

Tutto questo nonostante i 6 censori, i 9 reggenti e i 12 componenti del Consiglio di Castelletto, per un totale di 27 persone addette al controllo delle attivita’ della banca, ma che, a loro dire, erano sempre state all’oscuro di tutto.

Anche il Banco di Napoli era stato riconosciuto responsabile di un aumento illegale della circolazione, e la Corte di Cassazione aveva gia’condannato a 10 anni Vincenzo Cuciniello, Direttore Generale ed a 6 anni Vincenzo D’Alessandro, Cassiere Capo; mentre per la Banca Romana, si doveva ancora decidere se rinviare o no  a giudizio i sospetti.

Nel frattempo proseguiva l’indagine giudiziaria condotta dal giudice Ferdinando Capriolo, il quale interrogo’ il delegato di polizia Montaldo, che onesto ed incorruttibile, nonostante le minacce ed i pressanti inviti a ripensarci, confermo’ che i documenti risultanti dopo la perquisizione nella abitazione di Tanlongo, erano stati ridotti ad meno di un decimo, dopo che lui era stato allontanato dall’abitazione, e che una volta ritornato venne decisamente invitato dal suo capo a firmare senza ulteriori commenti  i nuovi verbali.

La maggior parte dei documenti compromettenti era stata fatta sparire per ordine di Edoardo Felzani, il quale fu ben compensato dal Governo per i suoi servigi, passando in brevissimo tempo da Reggente provvisorio a Questore effettivo, e dopo alcuni mesi a Consigliere di Prefettura; inoltre una pioggia di ricompense di natura economica era piovuta sui funzionari di polizia presenti durante la perquisizione in casa Tanlongo. In seguito pero’ Felzani fu processato insieme ai suoi collaboratori, per sottrazione di corpi di reato e di documenti processuali.

Oltre a ministri, parlamentari, funzionari statali, nello scandalo erano coinvolti anche molti  giornalisti che addomesticavano le notizie e sostenevano campagne di stampa gradite o sollecitate dal  Governatore. Tutto questo in cambio di finti prestiti che diventavano di fatto dei finanziamenti della stampa amica e compiacente.

Fra gli altri foglietti i giudici ne avevano trovato uno con il nome del pubblicista Giosue’ Carducci, con accanto la cifra di 2.000 lire; il grande poeta non fu pero’ interrogato, sia perche’ non si poteva escludere che non si trattasse di un caso di omonimia, sia perche’, piu’ probabilmente, il Vate godeva della protezione della Regina Margherita.

Alla fine l’inchiesta della magistratura arrivo’ al suo epilogo e le conclusioni del giudice Capriolo furono un capolavoro di servilismo, una piaggeria inutile visto che in seguito lo stesso giudice dovette sedersi sul banco degli imputati.

In sostanza pur essendo in possesso delle prove documentali, il titolare dell’inchiesta non le utilizzo’ e preferi’ chiedere ai corruttori, che avevano tutto l’interesse a minimizzare i fatti, come erano andate veramente le cose.

Capriolo chiese quindi la Corte di Assise solo per Bernardo e Pietro Tanlongo,  Cesare e Michele Lazzaroni, Antonio Monzilli e pochi altri, prosciogliendo i piu’ potenti Crispi e Giolitti, da qualsiasi coinvolgimento nella vicenda.

Bernardo Tanlongo sfodero’ a questo punto l’arma migliore per difendere la sua posizione: nel corso di una intervista suo figlio, Pietro Tanlongo, dichiaro’ che esistevano sette telegrammi che Vittorio Emanuele II aveva inviato a suo padre. L’intento era quello di associare l’immagine di Tanlongo a quella del “ Re Galantuomo ”, e di assolverlo per non  accusare indirettamente lo stesso Monarca.

Il 23 novembre la relazione della Commissione dei sette saggi, composta di sessanta cartelle fu presentata in Parlamento. comprendeva l’elenco dei sofferenti e l’elenco dei nominativi relativi alle sospette rinnovazioni di cambiali.

Nella relazione appariva inoltre il nome del Presidente del Consiglio in carica, che aveva avuto, tramite Carlo Cantoni, 60.000 lire da Tanlongo, la commissione deploro’ il comportamento del Presidente del Consiglio. Il giorno dopo Giolitti si dimise.

 

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Figura n. 4    

Ispezioni e Commissioni

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In seguito fu nominata una Commissione di cinque componenti per  “salvaguardare l’onore e la dignita’ dei parlamentari”, che ebbe l’incarico di leggere il contenuto di un ulteriore plico in possesso di Giolitti e  consegnato a Zanardelli, e quindi di riferirne entro due giorni in Parlamento. Dal plico uscirono fuori diversi documenti fra i quali tre cambiali firmate da Crispi per 55.000 lire e la conferma che anche Di Rudini’ aveva avuto un prestito da Tanlongo per 40.000 lire.

 

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Figura n. 5    

I Governi coinvolti

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Per quanto riguarda la vicenda dei rinviati a giudizio dal giudice Capriolo,  la sentenza del processo in Corte di Assise fu veramente inaspettata e spiazzante.

Il cieco furore assolutorio della giuria popolare fu decisamente inarrivabile, dopo aver dichiarato i sette imputati “non colpevoli” ritenne gli imputati innocenti anche per i reati che gli stessi imputati avevano confessato in fase di istruttoria.

Dopo aver coinvolto decine di Deputati, Ministri ed i Presidenti del Consiglio degli ultimi tre governi, le Commissioni di inchiesta, le Relazioni prodotte ed i fiumi di inchiostro versato dai giornali; la Corte di Assise inaspettatamente assolse tutti.

Lo spiacevole epilogo della vicenda dello scandalo della Banca Romana ci riporta inevitabilmente alla mente le cronache piu’ attuali ed all’esito degli scandali piu’ recenti: tangentopoli, calciopoli, vallettopoli, ecc.

Possiamo quindi amaramente concludere che cambiano i protagonisti e le vicende, cambiano i tempi e le situazioni, ma purtroppo il risultato e’ sempre lo stesso.

Del resto nonostante  la moderna tecnologia, e le piu’ ardite elaborazioni filosofiche, sociologiche; l’uomo e’ sempre lo stesso, con le sue pulsioni innate; fra le quali quella di voler primeggiare sugli altri, a qualsiasi costo e senza alcuna etica.  

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 Figura n. 6

 

 

BANCONOTE  e  FIGURE

  •  25 LIRE
  •  50 LIRE
  •  100 LIRE
  •  200 LIRE  Creazione 1872
  •  500 LIRE  Creazione 1872
  •  1000 LIRE Creazione 1872
  •  Figura n.1  Genesi della Banca Romana
  •  Figura n.2  Relazione Alvisi-Biagini, biglietti abusivi
  •  Figura n.3  Relazione Finali-Martuscelli, biglietti abusivi
  •  Figura n.4  Ispezioni e Commissioni
  •  Figura n.5  I Governi coinvolti

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

BIAGINI GUSTAVO, Relazione all’Illustrissimo Sig.re  Comm.re Giuseppe Alvisi, Camera dei Deputati, Archivio Storico, Busta 3, Fascicolo 7Roma1889

DI NARDI GIUSEPPE, Le Banche di emissione in Italia nel secolo XIX, UTET, Torino, 1953

MAGRI’ ENZOI ladri di Roma 1893 scandalo alla Banca Romana: politici, giornalisti, eroi del risorgimento all’assalto del denaro pubblico, A Mondatori, Milano, 1993

FINALI GASPARE, Relazione sulla Ispezione straordinaria  agli Istituti di emissione, Tipografia Nazionale di G. Bertero, Roma, 1893

MINI’ ADOLFO, La Carta moneta italiana 1746-1960, Ingrana, Palermo, 1967

QUILICI NELLOBanca Romana, A.Mondatori, Milano, 1935

 

Stefano Poddi
Membro dell’ Accademia Italiana di Studi Numismatici International Bank Note Society IBNS # 10087 poddiste@yahoo.it http://www.stefanopoddi.it tel. 06 33174783 cell. 329 2436450
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