Il documento di cui parliamo oggi è di eccezionale valore. Risale al 27 ottobre 1824 e certifica l’inserimento nell’elenco accademico della Reale Società agraria ed economica di Cagliari del professor Giuseppe Moris.
La Società lo nomina per farlo “cooperare efficacemente a promuovere, e stabilire la felicità della Sardegna”. Giuseppe Giacinto Moris nasce a Orbassano il 25 aprile 1796, muore a Torino il 18 aprile 1869. Nella sua vita è botanico, accademico e politico. Si laurea in Medicina presso l’Università di Torino nel 1815. Allievo di Giovanni Battista Balbis si appassiona immediatamente agli studi botanici. Nel 1822 inizia la sua esperienza lavorativa in Sardegna quando diventa Professore di Clinica medica a Cagliari.
In questi anni studia la flora della Sardegna e nel corso della sua vita scrive tre volumi dedicati alle Dicotiledoni. L’opera resta però incompleta perché non vengono pubblicati i volumi relativi alle Monocotiledoni ed alle Gimnosperme. Rientrato a Torino nel 1829 svolge l’attività di professore di Medicina e nel 1831 viene nominato Direttore dell’Orto Botanico, carica che riveste fino al 1869, anno della morte. Nella sua vita ricopre numerosi incarichi in Società scientifiche tra cui l’Accademia delle Scienze di Torino e l’Accademia di Agricoltura di cui è Vicepresidente dal 1836 al 1838. È membro della Societé Botanique de France, Direttore della Scuola di Farmacia e Presidente del Consiglio dell’Istruzione Pubblica. Il dottor Moris si impegna anche in politica: il 3 maggio 1848 viene nominato senatore del Regno di Sardegna.
La Reale Società agraria ed economica di Cagliari nasce nel 1804 sotto l’impulso del vicerè sabaudo Carlo Felice con l’obiettivo di dare vita a un’Accademia che funzionasse come centro propulsore di modernizzazione, in grado di indagare, studiare e divulgare le soluzioni idonee a risollevare le sorti dell’economia isolana. Dunque non solo agricoltura, la Reale Società ha il compito di stimolare e incrementare un progetto di modernizzazione dell’isola fondato sul liberismo economico e sulla promozione dell’iniziativa economica individuale. In quegli anni le strutture socio-economiche emerse nell’età della Restaurazione in Sardegna non sono molto più dinamiche e produttive di quelle del passato. Alcuni settori, tra cui l’estrazione mineraria ricevono sovvenzioni così come si espande l’allevamento e le produzioni ad esso collegate, nonché lo sfruttamento delle saline e dell’immenso patrimonio boschivo e di macchia mediterranea.
Ma a parte queste nicchie, l’isola viene sottoposta a un regime simil coloniale caratterizzato da un flusso in uscita di materie prime, per lo più non trasformate, e un flusso in entrata di prodotti finiti. L’appalto in regime di monopolio di vasti settori produttivi favorisce i capitali stranieri e lascia ai lavoratori locali, estromessi dalle terre privatizzate, solo la strada dell’impiego non specializzato e non regolato.
Scarsi o quasi nulli gli interventi di miglioramento tecnologico o di sfruttamento razionale delle risorse. Anche a causa di questa arretratezza endemica, naufraga il progetto di introdurre elementi di modernizzazione nella società sarda attraverso la Reale Società Agraria ed Economica di Cagliari che chiude i battenti definitivamente nel 1862. Della sua attività rimangono 13 registri manoscritti e tre volumi a stampa contenenti gli atti e gli studi svolti negli anni: attualmente sono conservati presso la biblioteca camerale della Camera di commercio di Cagliari.






