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TUTTI I RISCHI DI UN BARILE A 20 DOLLARI di Laura Magna

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Jeremy Lawson, chief economist di Standard Life Investments

Un mondo con il petrolio a 20 dollari al barile? Solo un anno fa, con il greggio che quotava intorno ai 100, sarebbe apparso come un racconto fantasy: oggi è sempre più realistico. L’oro nero aggiorna di continuo nuovi minimi e veleggia già in zona 30 dollari, aprendo la strada a scenari del tutto inediti. “La correlazione tra andamento del petrolio e instabilità geopolitica si è completamente invertita – dice a Invice Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital – Fin dagli anni ’70 ogni turbolenza nell’area mediorientale si tramutava in rialzi del prezzo del petrolio; ora invece, da quando l’amministrazione Obama ha eliminato l’embargo nei rapporti commerciali con l’Iran, la tensione in Medio Oriente è decollata e il prezzo del petrolio è crollato. L’accordo ha sconvolto i flussi commerciali e finanziari tra Medio Oriente e Occidente: l’egemonia saudita nell’esportazione è finita e sta riemergendo un grande esportatore come l’Iran”. E ora è corsa contro il tempo per evitare il tracollo totale. “Con un prezzo di 25 dollari – continua Picchioni – l’Arabia Saudita rischia di fallire, rischiano di fallire poi tutte le aziende americane che hanno investito in shale gas, tirandosi dietro i possessori delle loro obbligazioni e mettendo sotto pressione le banche americane loro creditrici. Il petrolio sotto i 30 dollari non conviene a nessuno e in più provoca una sorta di quantitative tightening legato al rimpatrio di capitali sauditi investiti in attività nanziarie in dollari”.

E le conseguenze sono potenzialmente devastanti sul fronte della geopolitica ma anche sull’economia. “Un barile a 20 dollari – afferma Marco Jean Aboav, macro portfolio manager di MoneyFarm – sarebbe il risultato di problemi strutturali sul fronte dell’offerta, come in parte possiamo vedere sulla curva del brent con le scadenze lunghe, che stanno scendendo in maniera repentina da inizio anno; segnale che indica lock-in per i produttori a qualsiasi prezzo pur di non rischiare il default”. In un prezzo così basso si sconterebbe uno scenario “con dollaro forte – continua Aboav – probabilmente dovuto alle incertezze nei Paesi emergenti e un nuovo piano di quantitative easing in Europa, come preannunciato da Draghi nel meeting di gennaio.

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Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital

E il rallentamento cinese, caratterizzato da possibili svalutazioni della moneta, con conseguente avversione al rischio degli investitori per i Paesi emergenti a livello aggregato”. Ma l’effetto più grave sarebbe un aumento generalizzato dello stress, a livelli insostenibili. “Il calo del greggio – spiega Jeremy Lawson, chief economist di Standard Life Investments – è stato finora associato a più bassi prezzi azionari globali, aumento della volatilità, spread più ampi per il credito corporate e i governativi delle economie emergenti, dollaro più forte, insieme a una pressione al ribasso sui rendimenti obbligazionari dei Paesi sviluppati. Dovremmo aspettarci che questo continui ancora”. Per fare un discorso geografico, “le pressioni finanziarie – dice ancora Lawson – sarebbero più acute nei Paesi esportatori di materie prime, ma sarebbero visibili anche nei Paesi importatori, che sono la base per le grandi società quotate specializzate in energia e commodity, oppure di società quotate esposte al commercio globale. Il dollaro più forte alimenterebbe inoltre i venti contrari che già frenano i titoli azionari Usa”.

Tra le imprese, le più colpite sarebbero industria e materiali di base. “E si potrebbe generare – aggiunge Aboav – un avvitamento nelle società energetiche con alti costi di estrazione ed elevato debito, come per esempio negli Stati Uniti, dove la riduzione della produzione sarebbe possibile soltanto tramite default societari”.

Al contrario ci si aspetterebbe che i titoli difensivi come utility o società legate ai beni di consumo sovraperformino. “Ma le valutazioni – prosegue Lawson – già riflettono queste diverse prospettive. Andando avanti la domanda da porsi è se la forte correlazione tra prezzo del petrolio e altre asset class sia destinata a preservarsi. È ragionevole supporre che i produttori di materie prime o le società di servizi legate alle materie prime niscano per sotto-performare, ma per ora questo non si è ancora trasformato in un bene cio per gli utilizzatori di commodity”. “Concludendo – chiosa Aboav – un petrolio così basso avrebbe pochi vincitori, perché anche i settori che beneficiano della riduzione del costo della materia prima si troverebbero ad un probabile scenario di rallentamento economico mondiale innescato dal rallentamento cinese”.

 

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