Il rischio bolla dei Pir (di Laura Magna)
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Il rischio bolla dei Pir (di Laura Magna)

Entro il 2021, sui piani individuali di risparmio si riverseranno 55 miliardi di euro, che equivalgono ad acquisti cumulati nei cinque anni del 23,1% del flottante delle small e mid cap

Di rischio bolla per l’Italia aveva parlato a inizio aprile Citigroup in un report che aveva gettato Piazza Affari nel panico. A scatenare un artificiale rigonfiamento dei prezzi e dunque a provocare lo sboom, secondo lo strategist della banca Usa Mauro Baragiola, anche l’arrivo dei Pir, i piani individuali di risparmio che poi si sono confermati grandi attrattori della liquidità degli investitori. Secondo i primi dati disponibili, nei primi cinque mesi dell’anno sui 44 prodotti compliant si sarebbe riversata una massa di due miliardi di euro, ben al di sopra di ogni previsione.

D’altronde la sola Banca Mediolanum, fra le più dinamiche, ha annunciato di aver raccolto 700 milioni in due mesi e mira a quota tre miliardi per fine anno. Eurizon dal canto suo ha parlato di una raccolta di 800 milioni nei primi quattro mesi dell’anno. Inevitabilmente il governo ha elevato le sue stime da 2 a 10 miliardi l’anno per cinque anni. Cosa piace così tanto dei Pir è evidente: la possibilità di ottenere extra rendimenti e, soprattutto, i benefici fiscali senza uguali sul mercato. Lo strumento è completamente esente per redditi generati da un investimento di 30mila euro l’anno per cinque anni. Sul reddito derivante dagli altri strumenti finanziari si paga il 26%, mentre l’imposizione fiscale per i titoli di Stato è più vantaggiosa, al 12,5 per cento.

delle blue chip e soprattutto contro il 10% circa dell’indice EuroStoxx Mid, non giustificata dai fondamentali. Cosa potrebbe succedere dunque da qui a cinque anni? Secondo Equita Sim entro il 2021 sui Pir si riverseranno 55 miliardi di euro che equivalgono ad “acquisti cumulati nei cinque anni del 23,1% del flottante delle small e mid cap”. Con un rischio evidente: che non ci siano abbastanza società su cui investire.

Andrea Mottarelli, director di Deutsche Asset Management
Andrea Mottarelli, director di Deutsche Asset Management

L’obiettivo con cui sono stati costruiti i Pir è altrettanto chiaro: aiutare l’economia reale a riprendere quota, finanziare le imprese, soprattutto medio e piccole che dipendono in maniera eccessiva dal canale bancario e che trovano sempre meno credito per via dell’inasprimento dei requisiti di capitale e della situazione in cui versano le nostre banche. Dove finiscono intanto questi soldi? Non nelle casse delle imprese, almeno nell’immediato, ma nella azioni di Borsa. E che ne siano influenzate lo dimostrano i movimenti sullo Star, per esempio, aumentati del 57% tra gennaio e aprile, o quelli su Aim, il listino alternativo dedicato alle piccolissime, quasi quadruplicati. E, come abbiamo visto nell’articolo di apertura, anche le valutazioni sono estremamente più elevate per Star e Midcap (oltre il 25%) contro il 12%

Insomma gli ingredienti per una bolla ci sono tutti. Eppure c’è chi resta positivo come Intermonte che ritiene l’attuale premio sia ancora sotto la media storica: 24% contro 30% quando si guarda al rapporto prezzo utili. “I Pir hanno sì spinto i titoli a capitalizzazione medio bassa – dice Massimo Saitta, direttore investimenti di Intermonte Advisory e Gestione, la divisione di Intermonte Sim che si occupa di risparmio gestito e advisory – ma hanno avuto il merito anche di riportare gli investitori internazionali a guardare all’Italia con un occhio più attento non solo verso le small cap. I dati sui flussi hanno confermato questo ritorno verso il Belpaese. Nonostante la strada già percorsa finora il movimento in atto sembra destinato a durare anche se non si può escludere una temporanea fase di consolidamento. Le quotazioni delle piccole capitalizzazioni sono salite significativamente senza superare tuttavia il premio medio storico rispetto alle large cap il che ci dice che ancora non siamo in presenza di una bolla”.

di Laura Magna

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