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RECUPERARE I SOLDI INVESTITI IN AZIONI NON QUOTATE SI PUO’ di Maria Bruschi

Sono state approvate il 10 settembre scorso le nuove regole sulla risoluzione delle crisi bancarie, sotto forma di un decreto attuativo della direttiva europea e di una serie di disposizioni di modifica del Testo unico bancario.

La riforma è una sorta di rivoluzione copernicana del sistema previgente, che mette in moto, anche nel nostro Paese, l’istituto del “salvataggio interno”, in base al quale gli oneri per sopperire alle condizioni di crisi della banca gravano, in primo luogo, sugli azionisti e poi, a seguire, su chi possiede obbligazioni, fino ad arrivare ai correntisti (è interessata l’eccedenza sui 100 mila euro, margine al di sotto del quale dovrebbe intervenire il Fondo di garanzia dei depositi, Fondo che però sarebbe –secondo gli esperti- insufficiente per fronteggiare i grandi numeri di default degli istituti bancari esistenti).

Ma in cosa consiste il nuovo istituto, e soprattutto quando può subentrare concretamente il “prelievo” dei risparmi investiti dai clienti della banca? Il “bail in” in generale si verifica quando l’azzeramento del capitale non sia sufficiente a coprire le perdite e non si voglia o non si possa seguire la strada della liquidazione. La nuova normativa individua Banca d’Italia come autorità di risoluzione delle criticità e ne disciplina poteri e funzioni. Banca d’Italia deve, tra l’altro, predisporre, al fine di definire ex ante per ogni banca o gruppo le possibili modalità di gestione di un eventuale dissesto, dei piani di risoluzione, nei quali sono individuate le misure da adottare. Qualora si profili questo rischio, le procedure giuridiche attivabili per gestire la crisi saranno d’ora in poi tre: la liquidazione coatta amministrativa, la riduzione o la conversione in azione degli strumenti di capitale (il cosiddetto write-down) e la risoluzione. Quest’ultima ha per obiettivi la continuità delle funzioni essenziali della banca, la stabilità finanziaria, il contenimento degli oneri a carico delle finanze pubbliche, la tutela dei depositanti e degli investitori protetti da sistemi di garanzia o di indennizzo, nonché dei fondi e delle altre attività della clientela.

Per attuare il programma di risoluzione, Banca d’Italia potrà nominare un commissario speciale (come fa già nei casi di commissariamento degli istituti) e nel corso del programma potranno:

  1. essere cedute in tutto o in parte a un privato le azioni dell’intermediario a risoluzione;
  2. potrà essere creato un ente-ponte o “bridge bank” a cui potranno essere ceduti in blocco i beni e i rapporti giuridici dell’intermediario in risoluzione, quando le condizioni di mercato non permettono di trovare subito un acquirente privato;
  3. potrà essere creata una società veicolo per la gestione delle attività (la cosiddetta bad bank) a cui conferire alcuni beni dell’intermediario, per amministrarli e massimizzarne il valore di lungo periodo.

Tra i principi base di questa nuova disciplina, oltre all’ordine gerarchico di chi è chiamato a sopportare le perdite, c’è quello per cui nessun azionista e creditore deve sopportare perdite maggiori di quelle che subirebbe se ci fosse una liquidazione coatta amministrativa (è il principio del “no creditor worse off”).

Tuttavia, è innegabile come il rischio sia effettivo e vada da subito preso in seria considerazione per gli investitori e risparmiatori, che hanno i loro capitali (pochi o molti che siano) in giacenza presso istituti in situazioni critiche.

Il problema poi è ancora più serio per coloro per i quali gli investimenti sono in azioni non quotati sui mercati tlx, e quindi per i possessori di titoli illiquidi, allo stato privi di un valore concreto nel mercato borsistico e, quindi, bloccati.

Ci riferiamo specificatamente ai casi delle azioni non quotate di Veneto Banca o della Banca Popolare di Vicenza, ma non solo (ci sono altre banche che hanno piazzato in tempi non sospetti i titoli non quotati oggi al centro del ciclone di indagini di Banca d’Italia e della Guardia di Finanza).

I rimedi sono però percorribili, ma esclusivamente per le vie legali, poiché le banche allo stato negano de plano la possibilità di vendita dei titoli.

Gli avvocati dello studio Zanvettor Bruschi da mesi hanno intrapreso numerosissimi conteziosi contro gli istituti popolari sopra indicati, costituendo un pool di esperti (di cui fanno parte docenti dell’Università degli Studi di Padova e Udine), che hanno approfondito in modo specialistico le questioni di diritto bancario che fondano le azioni legali per il rimborso dei titoli. Le violazioni riscontrate dalle analisi dei dossier titoli delle note banche sono numerosissime e sotto molteplici aspetti. Tra i vari si sono riscontrati casi eclatanti di elusione della normativa Mifid, di informativa dei rischi dell’acquisto dei titoli non quotati e forti concentrazioni del portafoglio, con percentuali che arrivano a superare il 90 % di investimenti in titoli azionari non quotati per clientela così detto retail.

La violazione della normativa speciale bancaria (artt. 117 TUB, artt. 21, 23 del TUF, regolamenti e regolamento Consob n. 16190 e comunicazioni Consob n. 2 marzo 2009 DIN / 9019104 in materia di titoli illiquidi), oltre che del codice civile in materia societaria e contrattuale è a tal punto evidente, da rendere nulli i contratti stessi posti in essere per l’acquisto dei prodotti in questione e fondano, secondo i legali, le richieste di risarcimento danni (consentendo di recuperare l’importo corrisposto dell’acquisto, oltre agli interessi e al maggior danno).

Per avviare l’azione i tempi sono stretti e rigorosi così, come le tappe obbligatorie per legge da affrontare contro l’istituto bancario che ha piazzato i prodotti in modo illecito.

Infatti, è necessario partire dal reclamo bancario che secondo la procedura è condizione essenziale per azionare le proprie richieste contro la banca.

La banca ha poi 90 giorni di tempo per rispondere, decorsi i quali, anche in assenza di riscontro, si può procedere con la successiva fase: la mediazione bancaria, tappa parimenti obbligatoria. Nella mediazione le parti vengono messe in contatto attraverso l’istituto di mediazione prescelto che però non ha poteri decisionali.

In alcuni casi i legali hanno risolto nel corso delle mediazioni alcune posizioni ottenendo ottimi risultati per i propri clienti. Non sempre però le parti trovano l’accordo e in caso di esito negativo e di mancata conciliazione si forma un verbale negativo, che è il “lasciapassare” per il contenzioso giudiziale vero e proprio contro la banca, avanti ai tribunali civili.

È indubbia l’importanza della tutela dei clienti che si trovano con i titoli che poco valgono oggi e che, con tutta probabilità, a seguito della prossima entrata in Borsa delle popolari per l’adeguamento all’obbligo normativo di trasformazione in SPA, subiranno un’inesorabile ulteriore gravosa svalutazione.

La soluzione pertanto non resta che in mano ai legali esperti di diritto bancario, che all’esito dell’attenta disamina della documentazione potranno valutare di intraprendere le tutele più consone per fare valere i diritti dei clienti seguendo i percorsi già tracciati. ©

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