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COME PROTEGGERE UN PORTAFOGLIO OBBLIGAZIONARIO DAL RIALZO DEI TASSI (PARTE 1)

Come noto e come è stato anticipato (da almeno sei mesi) in questo blog, un po’ in tutto il mondo si sta assistendo ad un miglioramento delle metriche economiche e dell’inflazione.
Al clima costruttivo contribuiscono diversi fattori:
Dati macro che confermano il buon momento e lo slancio per l’economia globale;
I prezzi delle materie prime e del petrolio, risaliti notevolmente dai minimi di febbraio dello scorso anno, che incidono sull’inflazione;
Le attese per  misure di espansione economica e fiscale della nuova amministrazione Usa che, verosimilmente, avranno impatto in un cotesto (quello Usa) di bassa disoccupazione, e quindi potenzialmente in grado di incidere sulla dinamica dei salari e quindi sull’inflazione.
Al fine stabilire un quadro più esaustivo, di seguito sono riepilogati i dati sull’inflazione in Usa, Euozona, Giappone e Cina.

 

 

 

 

Come si osserva dai grafici, ad eccezione del Giappone, tutte le aree hanno raggiunto o superato il 2% di inflazione.
Il miglioramento delle metriche di inflazione, si traduce in un rialzo dei rendimenti delle obbligazioni e dei titoli di stato.

 

 

Nel grafico si sono considerati i titoli decennali di  Spagna, Italia, Germania, Usa e Francia. E’ ben visibile il rialzo dei rendimenti a partire da agosto/settembre del 2016, quando sono iniziate a migliorare le attese di inflazione. Al rialzo dei rendimenti, ovviamente, non contribuisce solo l’inflazione, ma anche altri fattori come ad esempio il quadro politico nel paese, la percezione dei mercati sulla sua solvibilità, o le attese per politiche monetarie meno espansive ( nel caso della Bce) o più restrittive (nel caso della FED).

Il rialzo dei rendimenti ha riguardato anche le scadenze  brevi, ad eccezione  di parte dell’eurozona, dove il titolo tedesco a due anni, ad esempio,  continua ad offrire rendimenti ferocemente negativi -0.90%.
Fatto è che  il miglioramento dell’inflazione incide sui rendimenti dei titoli di stato e delle obbligazioni, che salgono.

Dato che esiste una relazione inversa tra i tassi di interesse e i prezzi delle obbligazioni, ne consegue che all’aumentare dei tassi diminuiscono i prezzi delle obbligazioni e viceversa.
Gli investitori che hanno investito i propri capitali in titoli a bassi tassi di interesse, subiranno delle perdite per via del fatto che i nuovi titoli emessi a tasso più alto renderanno meno appetibili i titoli a tassi inferiori. Di conseguenza, la differenze di rendimento si scaricheranno sui prezzi, che scenderanno anche in relazione alla durata residua del titolo.

In altre parole, le scadenze più lunghe, essendo più sensibili all’aumento dei tassi, tenderanno a contrarsi di più rispetto alle scadenze a breve termine.

Per meglio comprendere questo semplice ragionamento, da IL Sole 24 Ore, prendiamo in prestito il seguente grafico. (vedi il primo ad inizio articolo)

 

E’ un grafico che rappresenta la perdita che può subire un Btp a tasso fisso, al variare del rendimento e della scadenza, con un rialzo dei tassi dell’1%, che incide sul decennale con un perdita dell’8.187% che arriva al 16.77% sulla scadenza a 30 anni.
La dinamica è ancora più accentuata per le scadenza addirittura più lunghe. E’ il caso dei sottoscrittori del BTP a 50 anni collocato lo scorso settembre, che offre un tasso del 2.8%. Il titolo in questione, con il semplice movimento dei tassi che si è verificato negli ultimi due mesi, è arrivato a perdere oltre il 20%.

Ovviamente, la gravità della questione dipende dalla prospettiva dalla quale si osserva il fenomeno, nel senso che queste perdite verranno riassorbite via via che la scadenza si avvicina (nel caso si tratti di titoli acquistati a 100 o sotto la pari). Quindi l’investitore che attenderà la scadenza, al netto di altri fattori di rischio (es: ristrutturazione del debito pubblico), vedrà rimborsato il suo investimento. Coloro che hanno comprato il Btp a 50 anni, oltre i rallegrarsi per il rimborso del capitale, avranno anche da festeggiare la loro longevità: auguri!!

Tuttavia, anche in  questo caso (cioè nel caso si  detenga il titolo fino a scadenza) l’investitore non viene comunque sollevato dal costo  derivante dalla mancata opportunità di investire quel patrimonio ( o parte di esso) in titoli che offriranno rendimenti più elevati rispetto a quelli in portafoglio.

Compreso in che modo  l’aumento dei tassi determina delle perdite nei portafogli obbligazionari, resta da capire come è possibile proteggersi da queste dinamiche, soprattutto in un ambiente -come quello attuale- dove le scadenze brevi offrono rendimenti negativi.

Seguitemi nel prossimo articolo.

Paolo Cardenà
Quarantatre anni e da quasi venti nel mondo della finanza come Private Banker dei maggiori Gruppi Bancari italiani. Socio cofondatore di una società attiva nella consulenza finanziaria, tributaria e fiscale. Grazie all'ausilio di un team di professionisti altamente qualificati e specializzati, mi occupo di finanza e di investimenti, elaborando e implementando strategie di difesa e protezione dei patrimoni dai "CINQUE RISCHI CAPITALI" che potrebbero colpire i risparmi, coniugando rendimento e protezione. Oltre a quanto appena detto, in qualità di relatore partecipo a numerosi convegni inerenti temi economici e finanziari, e scrivo per alcune riviste e siti specializzati.
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