Non solo Pir per le pmi (di Vittoria Ricci)
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Non solo Pir per le pmi (di Vittoria Ricci)

Oltre ai Piani di risparmio, protagonisti di un vero e proprio boom, esistono altre forme di finanziamento per le imprese. Tra queste, il direct lending e il social lending

Andrea Iannelli, investment director per l’obbligazionario di Fidelity International
Andrea Iannelli, investment director per l’obbligazionario di Fidelity International

Investire nell’economia reale è una richiesta sempre più pressante. In Italia, il legislatore ha risposto con i Pir che, partiti a inizio 2017, hanno realizzato in sei mesi una raccolta monstre, tanto da avere indotto il governo ad alzare le stime di raccolta quinquennale da 18 miliardi totali a 10 miliardi all’anno. I prodotti lanciati da diverse Sgr sono già 45 e l’offerta continua ad aumentare. Un successo annunciato, grazie alle caratteristiche del prodotto stesso: i panieri Pir compliant prevedono, per l’investitore, un’esenzione totale dalle tasse per 30mila euro all’anno per cinque anni. A fronte dell’obbligo di detenzione (consiste nel fatto che l’investimento deve durare almeno cinque anni) e di quello di composizione (prevede che un 70% del paniere sia composto da strumenti quotati e non quotati di società quotate o non quotate italiane o con stabile organizzazione in Italia e che il 30% di questa quota sia fatto da società non quotate su Ftse/Mib, quindi presenti su altri indici italiani o proprio fuori dalla Borsa). Lo strumento è pensato per il consumatore retail, ma è adatto anche a fondi pensione e istituzionali con obiettivi di medio-lungo periodo. I Pir esistono anche nell’esperienza anglosassone, in Uk e Usa, in Francia e in Giappone. Ma fuori dal Belpaese ci sono anche altre forme di investimento nelle Pmi. Come il direct lending, i prestiti diretti alle imprese, che si adattano più a investitori istituzionali o a family office e che non sono certo esenti da rischi, ma che aprono una nuova prospettiva sul reddito fisso. O del social lending e del venture capital: due strumenti alternativi che girano su Internet e che si basano sul medesimo concetto di investimento alle imprese, consolidate o nuove, da parte della folla. Il primo di tipo puramente retail, almeno in Italia, ma altrove nel mondo già confluito in fondi pensati per gli istituzionali, il secondo per istituzionali, in quanto molto rischioso perché focalizzato sulle startup. Proviamo a capirne di più.

“Il direct lending è un’alternativa al debito corporate che per le Pmi è troppo costoso – dice a Focus Risparmio Patrick Marshall, head of private debt & CLOs di Hermes Investment Management – L’esigenza di ricorrere a forme alternative di finanziamento è sorta dopo la crisi: le banche hanno dovuto cambiare il proprio modo di operare e se prima del 2008 fornivano oltre l’80% dei prestiti alle imprese in Europa, ora il volume è sensibilmente calato”. Il direct lending è un mercato molto grande, che in Usa vale 900 miliardi di dollari e in Europa circa 500 miliardi. “I prestiti hanno lo stesso profilo di rischio/rendimento delle obbligazioni high yield, con rating BB o inferiore – spiega Andrea Iannelli, investment director per l’obbligazionario di Fidelity International – ma grazie al tasso variabile, i loans hanno una sensibilità al movimento dei tassi d’interesse prossima allo zero. Inoltre, sono più “senior” nella struttura di capitale, e sono collateralizzati da beni, equity o crediti della società emittente. Vengono quindi rimborsati prima delle altre obbligazioni, e grazie al collaterale offrono dei tassi di recupero intorno al 70-80% rispetto al 30-40% delle obbligazioni high yield. A parità di rendimenti, in media tra il 4 ed il 5%”.

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Ma i rendimenti posso arrivare anche al 9% sopra il Libor, continua Marshall, che fa notare come Hermes Im, oltre al proprio team interno, “ha anche un accordo con Rbs per offrire l’accesso agli istituzionali a investimenti nel direct lending. Noi ci focalizziamo sul mid market che offre un rendimento di 15-16 punti base superiore a quello delle large cap”. I rischi sono ovviamente legati, invece, alla possibilità di default (che però è in media dell’1%, molto bassa) e al rifinanziamento: questi loans possono essere rifinanziati in qualsiasi momento dalla società emittente, rimborsando il valore nominale all’investitore, abbattendo l’opportunità di guadagni in conto capitale. Inoltre, non si tratta di un mercato trasparente e liquido, tanto da non essere nella lista degli strumenti eleggibili dalla regolamentazione Ucits.

Ma per le Pmi anche italiane sono strumenti utili sia a trovare finanziamenti, sia a spianare la strada verso la Borsa. In Italia al momento le uniche forme di prestiti diretti sono quelle offerte dal p2p lending: segnatamente dalla francese Lendix, che di recente ha lanciato sulla sua piattaforma paneuropea due progetti dedicati a imprese italiane e a disposizione di tutti i finanziatori internazionali (la piattaforma ha raggiunto una raccolta di 100 milioni). E l’italiana BorsadelCredito.it, pioniera per le PMI a cui presta con tagli in prevalenza sopra i 100mila euro. Un ulteriore focolaio lo ha acceso Groupama Am, che alla fine del 2016 ha lanciato il Supply Chain Fund, basato proprio sulla logica del dircet lending.

di Vittoria Ricci

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