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L’ARTISTA MARCO VERONESE PRESSO IL MUSEO DI SCRIPOFILIA

Nello spazio dedicato all’arte, oggi vi parliamo dell’artista e dell’amico Marco Veronese che è venuto a trovarci presso lo studio/museo di Scripofilia da Instabul dove attulamente vive.

Quando si osserva Marco Veronese, non si puo’ non notare la ricerca di tutto cio’ che è  bello e la sua profonda carica filosofica.

La sua carriera inizia nel 1982, ma all’età di 10 anni ricevendo in regalo il libro “Dal Rinascimento al Manierismo”, scopre che questo avrebbe cambiato la sua vita, in quanto quelle riproduzioni fotografiche dei lavori più importanti del XIV e il XVI secolo stavano portando alla luce quel suo innato senso estetico. Ha continuato ad acquistare libri fotografici tra cui quelli di Henri Cartier Bresson e ne rimane folgorato.

Per anni fa esperienze professionali nell’ambito della musica, della moda, dei viaggi e della pubblicità portando sempre attenzione all’arte classica.

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Marco Veronese e Alberto Puppo

Come dice Marco “L’estetica è un concetto alquanto discutibile e soggettivo, ma qualunque cosa o scelta non può prescindere dall’estetica. L’estetica è in qualunque nostro atteggiamento, nella scelta di un colore per la camicia, nel come mangiamo, scriviamo o creiamo. Nell’arte contemporanea per esempio la parola – estetica – è troppo spesso usata per cercare di definire dei limiti entro il quale l’opera è Arte oppure no. Spesso se un lavoro è troppo estetico viene ritenuto – leggero- da una certa critica, e così se una fotografia è sfuocata ha un anima e se è a fuoco è solo la riproduzione di un momento della realtà. Credo che bisognerebbe ritrovare la giusta serenità per potersi confrontare con la sola cosa che rende oggettivamente bella una qualunque rappresentazione, l’Armonia. Il mio lavoro è molto estetico perchè rispecchia la mia anima, è il modo di confrontarmi con ciò che percepisco, che vedo, che ascolto, ed è lo – strumento – che utilizzo per attrarre le persone che hanno la mia stessa visione al di là di qualunque intellettualismo sterile; la differenza semmai è tra l’opera solamente estetica e fine a se stessa e l’opera che usa un’estetica più classica come forza magnetica per attrarre verso il proprio contenuto. La tua espressione – compiacimento estetico – mi colpisce e mi fa riflettere su ciò che osservo nel mondo dell’arte contemporanea, e cioè che si afferma sempre più il compiacimento intellettualistico, dove appunto l’estetica viene considerata un aspetto fuorviante o addirittura impoverente, come se messaggio ed estetica non potessero convivere. Mettermi in discussione fa parte di uno dei miei esercizi di crescita, infatti in questi anni ho deciso di lavorare con media differenti, dalla fotografia pura a quella manipolata con plastiche o silicone, ai tappeti, alle sculture in resina, a progettare performance fino a scrivere un libro. Ma il mio mondo è fatto da oggetti riconoscibili, da spartiti musicali in cui ogni nota ha un valore e un suono inconfondibili.

Una parte fondamentale del percorso artistico di Marco Veronese è la caratteristica di un simbolismo ricorrente del periodo del Rinascimento. Marco dice: “Noi siamo figli del Rinascimento, uno dei momenti storici più – alti – dell’intera storia dell’umanità, dal punto di vista artistico, scientifico e umanistico. Il mio cognome è Veronese, e non a caso ho sentito il bisogno di fare riferimento al passato per parlare del presente. L’uso di immagini riferite a ritratti femminili di quel periodo non vuole essere solo un omaggio o una mera scopiazzatura, ma un vero e proprio manifesto al cambiamento epocale che io ritengo fondamentale per la riscoperta di una umanità più umana. I simboli rivestono un’importanza primaria nel mio lavoro, sono il linguaggio contenuto nel DNA della nostra specie, sono il sotto testo delle nostre esistenze. Ecco quindi che i ritratti femminili di Leonardo, del Bronzino o del Pontormo, diventano il simbolo della maternità, della fertilità e quindi della vita stessa, senza la quale non c’è inizio e non c’è fine.

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La vita ad Istambul, ci dice Marco, è stata d’inspirazione per un nuovo progetto intitolato “UniverSe” “L’universo mi ha dato un segno”. In questi lavori  ha inserito alcuni testi, scritti in questa nuova città, ed inserite all’interno delle opere, utilizzando immagini di vecchi libri. A distanza di qualche mese lo stesso ha deciso di pubblicare un libro, suddiviso in sezioni: pensieri e aforismi, contemporaneità e amore. Questo sarà disponibile in una versione Inglese/Italiano e Turco/Inglese, e i titoli sostituiti da simboli di un antico alfabeto africano, le pagine sono inoltre intercalate dai progetti artistici di Marco realizzati e da realizzare.

L’attuale tecnica su cui sta lavorando l’artista è una speciale stampa su foglia oro, l’intero progetto è legato al mito della pietra filosofale capace, secondo gli alchimisti, di trasformare il piombo in oro, ma che in realtà è solo la metafora della trasformazione psicologica dell’individuo, della sua evoluzione in senso spirituale. Carl Gustav Jung, in particolare, vedeva nella pietra filosofale la metafora dello sviluppo psichico di ogni essere umano, la forza che lo spinge verso la propria identità attraverso una sempre maggiore differenziazione.

Anche in questi quadri la simbologia è profonda e complessa.

 

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Una fila di uomini con il capo chinato camminano in fila, rappresentano l’omologazione che conduce all’appiattimento individuale e quindi all’infelicità; in alto un palloncino rosso destinato ad esplodere al contatto con il filo spinato solleva un cervello, simbolo dell’intelligenza e della creatività, ma la possibilià di salvezza esiste e si chiama consapevolezza, qui rappresentata dal solo personaggio che rivolge lo sguardo verso l’alto e che è anche l’unico a possedere il cuore, luogo simbolico dell’amore.

 

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L’ombra della porta di una gabbia la cui serratura ha la forma di un cervello fa da sfondo ai due oggetti in primo piano: una chiave/uomo il cui manico è formato dal numero 0 e il numero 1, numeri che rappresentano il sistema binario, ed un cuore con un’apertura a forma di uomo. La ricerca della felicità e della consapevolezza passano da semplici elementi che ci appartengono ma che spesso releghiamo nelle zone oscure delle nostre paure.

 

 

Spesso la nostra felicità passa attraverso il possesso di oggetti, persone o potere,  non ci rendiamo conto che il nosro Ego è solo la proiezione distorta della nostra vera natura e che alimentandolo non facciamo altro che aggiungere un anello alla catena a cui siamo legati, non importa quanto sia più o meno lunga perchè rimane pur sempre una catena che ci rende schiavi. Da bambini imitiamo gli adulti ma da adulti purtroppo ci dimentichiamo della purezza di quando eravamo bambini.

Il tempo passa inesorabilmente, ma se viviamo da individui consapevoli la nostra trasformazione cambierà da forma materica in forma spirituale per ritornare materia sotto forma di energia, in un infinito susseguirsi che sconfiggerà il tempo stesso.

Troppo spesso dimentichiamo che siamo figli di questo pianeta e che apparteniamo alla natura più di quanto la natura non ci appartenga in termini di possesso. Siamo connessi con tutti e con ogni cosa, e così l’uomo prende vita dalle radici di un albero che a sua volta prende vita dalle vene dell’uomo.

 

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