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Gli esclusi (per ora) dei Pir (di Laura Magna)

Nel Regno Unito l’esenzione fiscale è stata estesa anche agli investimenti nel Fintech Un’evoluzione che gli operatori auspicano arrivi acnhe in Italia.

I Pir non sono un’invenzione italiana: nel 1992 la Francia è stata la pioniera con i suoi Plan d’Epargne en Actions (Pea), seguita dal Regno Unito, che nel 1999 ha lanciato i suoi Individual Savings Accounts (Isa). Entrambe le formule, che sono tuttora le più evolute e le più ricche, sono state nel tempo migliorate e diversificate: in Francia con la creazione dei Pir Pme-Eti nel 2014, dedicate alle small e mid cap (Pme ed Eti, appunto); in Regno Unito con l’estensione ai Lifetime Individual Savings Accounts (Lisas) e agli Innovative Finance Savings Accounts, che investono in forme di credito alternativo, segnatamente il peer to peer lending.

Maurizio Pimpinella, presidente dell’Associazione Italiana Istituti di Pagamento e di Moneta Elettronica
Maurizio Pimpinella, presidente dell’Associazione Italiana Istituti di Pagamento e di Moneta Elettronica

Una possibilità da guardare con attenzione anche nel nostro Paese per ampliare la gamma di asset class in cui rivelare l’enorme liquidità che deriva dagli investitori. Cosa ne pensano gli italiani del Fintech? “I Piani Individuali di Risparmio rappresentano un eccellente strumento per portare parte dei risparmi privati italiani verso l’economia reale – dice a Focus Sergio Zocchi, amministratore delegato di Lendix Italia, un operatore di p2p lending per Pmi appena approdato sul mercato domestico – Al momento tuttavia molti strumenti di debito non possono essere inclusi in un Pir nonostante costituiscano una componente fondamentale su cui si basa l’approvvigionamento finanziario delle imprese italiane. Inoltre, gli strumenti di debito, contrariamente a quelli di equity, mostrano una minore volatilità e correlazione con altri mercati e quindi rappresentano un elemento di diversificazione rilevante che oggi manca all’interno di un portafoglio Pir. Auspichiamo quindi che anche nuovi strumenti sia di debito sia di equity, tra i quali prodotti finanziari recentemente introdotti sui mercati da alcune società Fintech, vengano presto inclusi all’interno dei Pir”. Anche perché, “nel Regno Unito, che è un pioniere assoluto nel Fintech e da cui abbiamo mutuato anche i Pir – aggiunge Antonio Lafiosca, chief operating officer di Borsadelcredito.it, la società che in Italia ha introdotto il p2p lending dedicato alle Pmi – gli Innovative Finance Saving Accounts prevedono già che si possa investire in Fintech, applicando a questa asset class la medesima esenzione fiscale che esiste sulle altre. Crediamo che si tratti di un grande contributo all’economia reale, che è poi la ratio stessa dei Pir e auspichiamo che questa opportunità venga aperta anche per l’Italia, dove strumenti come il p2p lending esistono, funzionano e possono raccogliere parte del flusso di denaro che si sta riversando sui Pir”.

Senza considerare che “escludere il comparto Fintech dai Pir significa far passare un messaggio di sfiducia nei confronti di un settore assolutamente strategico in un’ottica di crescita di lungo periodo per il Paese – dice Maurizio Pimpinella, presidente dell’Associazione Italiana Istituti di Pagamento e di Moneta Elettronica (Aiip) – Ciò che spesso avviene nell’allocazione delle risorse dei cittadini è specchio del Sistema Italia: ancora nutriamo una sostanziale diffidenza verso una nuova finanza, giovane, compliant e vigilata, laddove debba operare in determinati settori. In un’Italia dove certi investimenti vengono penalizzati causa aliquota Irpef al 43%, incoraggiare i risparmiatori a cimentarsi nel Fintech con la leva dell’esenzione fiscale può portare a un circolo virtuoso: investire in innovazione significa, in prospettiva, investire in occupazione per le generazioni future ed una società migliore per tutti”.

di Laura Magna

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