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FEDE DI CREDITO BANCO DELLE DUE SICILIE NAPOLI 1844

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Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato sovrano dell’Europa meridionale esistito tra dicembre 1816 e febbraio 1861. Prima della Rivoluzione Francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano divisi nel Regno di Napoli e nel Regno di Sicilia (ad eccezione dell’isola di Malta che era concessa in feudo al Sovrano Militare Ordine di Malta). Un anno dopo il congresso di Vienna e con il Trattato di Casalanza, il sovrano Borbone che prima d’allora assumeva in sé la corona napoletana (al di qua del Faro) come Ferdinando IV, e quella siciliana (al di là del Faro) come Ferdinando III, riunì in un’unica entità statuale il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia, attraverso la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie dell’8 dicembre 1816, a quasi 400 anni dalla prima proclamazione del Regno Utriusque Siciliae da parte di Alfonso il Magnanimo. Al momento dell’istituzione del Regno delle Due Sicilie la capitale fu fissata in Palermo[senza fonte], ma l’anno successivo fu spostata a Napoli; Palermo continuò a mantenere dignità di capitale, essendo considerata appunto “città capitale” dell’isola di Sicilia.
Una rara fede di credito emanata dal Banco delle due Sicilie. Il titolo di cui parliamo oggi risale al 1844.

Per comprenderne l’importanza è necessario innanzitutto spiegare che cosa fosse una fede di credito: l’apodissario, cioè colui che depositava il danaro allo sportello del Banco, diveniva, almeno in teoria, creditore dello Stato, cioè il Re, considerato il soggetto più ricco e solvibile del paese.

Infatti la fede non attestava un deposito, ma un credito, da cui fede di credito. La differenza è giuridicamente rilevante. Infatti, nel contratto di deposito la perdita senza colpa del danaro esime il depositario dalla restituzione, mentre nel caso di credito sorge l’obbligazione di restituire il corrispondente in ogni caso.

La fede di credito circolava, con generale soddisfazione del pubblico, da una mano all’altra e veniva prontamente trasformata in numerario in periferia dai tesorieri e dagli esattori regi.

Inoltre con la restaurazione borbonica, il Banco delle Due Sicilie, diversamente dai vecchi banchi che erano istituzioni non statali, divenne un settore della pubblica amministrazione, passò cioè alle dipendenze del governo regio. Era diretto da una sola persona, il Reggente, ed era diviso in due settori (Casse) aventi funzioni diverse, almeno formalmente. Entrambe le casse accettavano depositi in monete di argento e di rame.
A fronte del deposito rilasciavano una fede di credito o un altro dei titoli della tradizione napoletana. Bisogna aggiungere che il Banco prese a distinguere tra fedi in argento e fedi in rame.

 

Le Casse convertivano in moneta d’argento le fedi in argento e in rame le fedi in rame. La non intercambiabilità tra argento e rame si spiega con il fatto che le monete d’argento valevano quanto il metallo fino contenuto nel singolo conio, mentre le monete di rame circolavano per un valore nominale che era significativamente superiore al prezzo del rame. La coniazione del rame era un privilegio dello Stato.

Il privato poteva acquistare monete di rame alla zecca, ovviamente al loro valore nominale, ma non farle coniare. Il pagamento in argento di una fede in rame avrebbe dato luogo a un regalo a favore del portatore del titolo e (collettivamente) un danno per i possessori di monete d’argento.

Le fedi in oro furono istituite nei decenni successivi. Nelle Due Sicilie le due unità monetarie (il ducato e lo scudo, fra loro intercambiabili) erano in argento e così pure gran parte dei coni circolanti.

Banco delle due Sicilie
Le origini della Fede di Credito risalgono ai depositi irregolari di danaro che si effettuavano presso il Sacro Monte di Pietà, fondato nel 1539 da alcuni gentiluomini con lo scopo di concedere prestiti gratuiti su pegno a persone bisognose. Essa era un titolo nominativo rilasciato dai banchi pubblici napoletani che attestava l’avvenuto deposito di danaro da parte di Enti o privati e, emessa per somme superiori a 10 ducati, circolava mediante “girata”. Per questo motivo testimoniava il trasferimento di valuta a volte a seguito di una condizione che ne sospendeva il pagamento finché il beneficiario non avesse dimostrato l’adempimento del patto.

Il Banco Nazionale delle due Sicilie nasce ( dal 1809 dopo la fusione con il Banco di Corte modifica la propria denominazione in Banco delle Due Sicilie) nel 1808 grazie a Gioacchino Murat che proprio in quell’anno viene nominato re di Napoli da Napoleone Bonaparte dopo che il trono sottratto ai Borbone si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna.

A Napoli il nuovo re, ormai noto come “Gioacchino Napoleone”, viene ben accolto dalla popolazione, che ne apprezza la bella presenza, il carattere sanguigno, il coraggio fisico, il gusto dello spettacolo, ma viene invece detestato dal clero. Per mantenere il regno da lui faticosamente costruito, arriva a tradire lo stesso Napoleone. Perde il trono dopo la battaglia di Tolentino del 2 maggio 1815 e nel tentativo di riconquistarlo, dopo la restaurazione borbonica, viene fucilato nell’ottobre del 1815.

Il Banco delle due Sicilie non scompare dopo la Restaurazione, anzi continua l’attività dei banchi pubblici, svolgendo la funzione di ramo finanziario della Corte da un lato, e curando i rapporti con il mondo commerciale e industriale napoletano dall’altro. Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, l’Istituto cambia denominazione in Banco di Napoli e viene riconosciuto come ente pubblico, cui viene affidata la funzione di istituto di emissione.

Il valore della fede di credito di cui parliamo oggi si aggira intorno ai 140 euro. Un prezzo basso per un ottimo investimento.

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Il cliente che intendeva effettuare un deposito per farne una fede di credito si recava alla cassa del Banco preferito. Qui l’addetto registrava il nome e la somma da versare in alcuni libri contabili (squarcio, introiti particolari e introiti generali) e passava i dati al fedista il quale, sulle indicazioni ricevute, compilava il titolo di credito e lo passava al cassiere. Questi di suo pugno annotava in calce al titolo la dicitura “sono ducati xxx” e firmava. Poi un aiutante del fedista apponeva il bollo a secco del Banco e, finalmente, la fede di credito poteva essere consegnata al cliente. Di contro, un cliente che desiderava riscuotere una Fede di Credito si recava all’Ufficio Ruota del Banco emittente con il titolo e lo consegnava all’ufficiale addetto alla Pandetta, un grande libro nel quale erano annotati tutti i conti dei clienti. L’ufficiale, trovato il numero di conto del titolare lo annotava sulla fede che passava al pandettario, un impiegato con funzioni notarili il quale, dopo aver verificato l’autenticità del titolo e l’adempimento delle eventuali condizioni prescritte, inviava la fede con il suo visto al Libro Maggiore. L’impiegato addetto, a sua volta, dopo aver riscontrato se sul conto c’era “capienza” ovvero copertura, effettuava l’addebito e scriveva “bona” sulla fede ritornandola al pandettario. Se non venivano riscontrate irregolarità, quest’ultimo annotava sul titolo “pagate ducati xxx” e lo passava al portiere della ruota per la consegna al cassiere per la liquidazione al cliente. Chiuso il ciclo, la fede di credito, annullata con due freghi, veniva letteralmente “infilzata” con uno spago munito di punteruolo.
Alberto PUPPO
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