Ed è subito Pir mania (di Vittoria Ricci)
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Ed è subito Pir mania (di Vittoria Ricci)

Il governo è costretto a rivedere le stime. Inizialmente si pensava di raccogliere 18 miliardi in cinque anni. Ora le previsioni salgono a 50 miliardi.

Quarantaquattro prodotti e 2 miliardi di raccolta (sopra qualsiasi aspettativa) in soli cinque mesi di vita. Sono i numeri dei Pir, che entrano per la prima volta nelle statistiche Assogestioni con il primo trimestre 2017: da gennaio a fine marzo i piani individuali di risparmio avevano incassato 1,1 miliardi, mentre il patrimonio si era attestato a 1,9 miliardi. La rilevazione è stata compiuta quando sul mercato i prodotti disponibili erano solo 15, 9 creati ex novo e 6 resi compliant rispetto alla caratteristiche dei piani individuali di risparmio. A fine maggio, mentre scriviamo questo articolo, la raccolta ha sicuramente sfondato la soglia dei due miliardi, se consideriamo che solo Mediolanum ed Eurizon hanno dichiarato, già due settimane fa, rispettivamente 700 e 800 milioni.

Un successo tale che ha costretto il governo a rivedere le stime di raccolta, che erano di 18 miliardi in cinque anni e che sono state portate a 10 miliardi l’anno per i prossimi cinque anni.

Ovviamente il punto di maggior forza dei Pir per gli investitori è il trattamento fiscale molto agevolato: ricordiamo che il sottoscrittore ha l’esenzione totale dalla tassazione sul capital gain, per 30mila euro l’anno e per un totale di 150mila euro in cinque anni, a patto di detenere l’investimento per cinque anni e che il portafoglio sia composto per il 70% da titoli quotati o emessi da società italiane o con stabile organizzazione

in Italia e per il 30% di questa quota da società che non siano quotate su Ftse/Mib, per agevolare investimenti anche in small e mid cap. Ancora, il portafoglio deve essere diversificato, non accentrando in ogni singola posizione oltre il 10% del valore complessivo.

Mentre gli italiani comprano a mani basse, intanto, i policymaker stanno cercando di risolvere alcune questioni ancora aperte, di cui hanno parlato (riuscendo a chiarire molti dubbi) al Salone del risparmio, Arianna Immacolato, direttore del settore fiscale di Assogestioni e Ilario Scafati, dirigente ufficio V – fiscalità finanziaria dipartimento delle finanze del ministero dell’economia e delle finanze, fornendo indicazioni utili anche alle Sgr che formulano le offerte.

Ci sono alcuni punti controversi, per esempio sulla dimensione dell’investimento: come si tratta il limite quantitativo dei 150mila euro? “La fissazione di due limiti, uno annuale e uno complessivo serve a dare la possibilità di fare investimenti di questo tipo a chi non ha un’ampia disponibilità immediata e anche a limitare chi ne ha troppa – spiega Scafati – Ma non è un limite collegato con la vita dell’investitore. Posso aprire un piano, utilizzare tutti i 150mila euro a mia disposizione per quel piano e poi aprirne un altro e riparto da 150mila euro a prescindere da quello che ho fatto prima. Quindi è una cifra che va considerata come un plafond, per singolo piano”. E che succede per esempio se l’azienda in cui avevo investito viene a un certo punto quotata su Ftse/Mib: smette di concorrere al 21% di fetta che deve riguardare le società fuori da quel listino? O se la stabile organizzazione in Italia viene meno perché la multinazionale la chiude?

“Si tratta di requisiti istantanei e non permanenti – ha detto Scafati – ovvero l’investitore deve verificare nel momento dell’investimento che la società abbia stabile organizzazione in Italia o sia nel Ftse/Mib, quello che accade dopo è irrilevante”.

Ancora, come si calcolano i cinque anni? Alla luce anche del fatto che la composizione deve essere rispettata per almeno i 2/3 dell’anno solare? “Si tratta di due aspetti diversi – dice ancora Scafati – uno riguarda la detenzione in portafoglio del Pir, l’altra che ci sia prevalenza temporale per quanto riguarda la diversificazione del portafoglio. L’investitore può investire in qualsiasi momento dell’anno: i vincoli vanno riproporzionati al periodo di investimento”. L’orizzonte temporale va mantenuto, ma Scafati esclude che si calcoli per anno solare: “tra data puntuale e data media pesa il costo amministrativo – dice ancora Scafati – se la data media è costosa non ho motivo di appesantire lo strumento” e c’è un aspetto legato alla possibilità che l’investimento, usando la data media, duri effettivamente più dei cinque anni, l’opposto di quello che avviene con il calcolo per anno solare.

CHE COSA SONO

Plan d’Epargne en Actions (PEA) in Francia, Individual Savings Accounts in Regno Unito, Pir (Piani individuali di risparmio) in Italia. Sono stati introdotti nell’ultima legge di bilancio e sono “contenitori fiscali” (Oicr, gestione patrimoniale, contratto di assicurazione, deposito titoli) all’interno dei quali i risparmiatori possono collocare qualsiasi tipologia di strumento finanziario (azioni, obbligazioni, quote di Oicr, derivati) nonché somme di denaro liquide, rispettando però determinati vincoli di investimento. Il più importante riguarda la composizione del paniere, che deve essere formato per almeno il 70% da strumenti finanziari – quotati o non quotati – di aziende italiane. Non solo. Il 30% di questo 70%, ovvero il 21% dell’investimento complessivo, deve essere composto da società che non sono quotate sul Ftse-Mib: l’obiettivo è far affluire il denaro su aziende anche medio-piccole, quotate sui listini alternativi come Aim o addirittura fuori da Piazza Affari (la cosiddetta economia reale).

I VINCOLI DA RISPETTARE

Oltre al vincolo di composizione che impone ai Pir di contenere almeno il 70% di strumenti finanziari emessi da società italiane o con stabile organizzazione in Italia, il legislatore ne ha previsti altri due per consentire allo strumento di funzionare. Vediamoli in dettaglio: il primo è il vincolo di detenzione secondo cui l’investitore, per ottenere i benefici fiscali, deve detenere i Pir in portafoglio per almeno cinque anni.
L’obiettivo è garantire alle aziende linee di credito di medio termine su cui possano contare per realizzare i propri progetti; oltre a evitare speculazioni, che sarebbero contrarie alla natura di strumento nato per fornire all’economia reale una fonte di finanziamento alternativa rispetto a quella bancaria. Il vincolo di concentrazione prevede invece che il patrimonio non possa essere investito per una quota superiore al 10% del valore complessivo in strumenti finanziari emessi o stipulati con lo stesso emittente, in modo che il rischio sia diversificato correttamente.
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di Vittoria Ricci

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