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COME DIFENDERSI DAL BAIL-IN di Massimo Gotta

Il Credit Risk

Lavorare sul mercato del reddito fisso significa, giocoforza, dover affrontare e gestire i rischi fisiologici di questo mercato, i quali se da un lato non sono mai totalmente eliminabili, dall’altro se ben conosciuti possono essere ridotti ai minimi termini. Ad ogni buon conto, e a maggior ragione dopo quanto accaduto ai risparmiatori delle quattro banche locali salvate con il Bail-In, è ormai sotto gli occhi di tutti che considerare l’investimento in obbligazioni un’operatività “free risk” è un grave errore.

Uno dei rischi cui si espone il trader/investitore sul mercato obbligazionario, è il rischio emittente, cioè il rischio di fallimento dello Stato, azienda o agenzia di cui si è detentori di uno o più bond in portafoglio. Questo è il rischio di gran lunga maggiore – e peggiore – che caratterizza un investimento sul reddito fisso, poiché significa potenzialmente dire addio ai propri risparmi o capitale di lavoro. Ne sono fulgidi esempi i crack “ortodossi” di Cirio, Parmalat, Argentina e Lehman Brothers, cui aggiungiamo i default pilotati di SNS in Olanda e in Italia di Banca Marche, Popolare Etruria, Carife e CariChieti.

Invero, se pur tutti gli altri rischi non siano per nulla trascurabili – in ottica di una metodologia operativa che possa garantire confort psicologico e costanza di redditività – il Credit Risk è l’unico vero pericolo che può produrre effetti devastanti sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista emotivo. Prova ne sia che, l’unica possibilità che ha un trader/investitore per minimizzare gli eventuali impatti negativi sul portafoglio, consiste in un’attenta e scrupolosa diversificazione del rischio emittente; infatti mentre altre tipologie di rischio legate alle obbligazioni sono in qualche modo controllabili e gestibili attraverso calcoli matematici (ad esempio il rischio tassi), nel caso del Credit Risk siamo di fronte all’imponderabile. Siamo cioè di fronte ad un possibile evento che sfugge a qualunque tipo di previsione, e per questo più insidioso.

Vi sono diversi indicatori che possono aiutarci a valutare l’affidabilità di un emittente ed anche a stimarne, in qual- che modo, la probabilità di default in un lasso di tempo di norma pari a 5 anni. Tuttavia non tutti gli “indicatori” di affidabilità sono utili, e pertanto è necessario attrezzarsi un minimo, capire cosa serve e cosa no, e imparare a fare alcuni semplicissimi calcoli.

CDS e Default Probability

Come già sappiamo, è assolutamente inutile guardare ai rating per capire quanto sia effettivamente affidabile un emittente; un paio di esempi chiariranno meglio (numeri alla mano) che i “giudizi” della case di rating non hanno nessun valore. Esaminiamo rapidamente i casi di Bear Stearns e Lehman Brothers, che (ironia della sorte…) godevano di un rating pari ad A al momento del default; chi si fosse unicamente affidato al rating avrebbe acquistato o mantenuto in portafoglio, senza grandi patemi, obbligazioni di queste due emittenti. Tuttavia, il mercato “sape- va” qualcosa di più: basta osservare il grafico in figura 1, dove abbiamo evidenza dell’andamento dei CDS senior a 5 anni delle due banche USA, nelle 25 settimane precedenti l’evento default. Poiché i CDS esprimono, in via sintetica, il rendimento aggiuntivo espresso in bps richiesto dal mercato per compensare il rischio dell’emittente, rispetto alla curva considerata “free risk” a parità di scadenza, va da sé che valori di CDS via via crescenti denotano un peggioramento (solo percepito o effettivamente concreto) del merito di credito, cioè indicano un maggior Credit Risk.

Un trader/investitore che avesse potuto monitorare questi dati, molto probabilmente avrebbe potuto limitare i danni del suo portafoglio. Sia chiaro, un aumento del livello dei CDS non significa necessariamente che stia per verificarsi un credit event (default, ristrutturazione o rinegoziazione del debito, Bail-In); tuttavia, poter accedere a queste informazioni, e analizzarle, risulta molto utile nelle scelte di investimento e nella corretta pianificazione del controllo del Credit Risk.

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Figura 1: Andamento dei CDS di Bears St. e Lehman Brothers La figura mostra l’andamento dei CDS delle due banche USA nelle 25 settimane precedenti il fallimento. Si noti l’impennata avvenuta a partire dalla 23ma e 24ma settimana. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su dati VWD Market Manager

Un secondo esempio ci aiuterà a capire perché i rating, presi come informazione a sé stante, siano del tutto inutili. Diamo uno sguardo alla tabella in figura 2, dove abbiamo messo in relazione i rating con i livelli di CDS degli emittenti raggruppati per merito di credito in base, appunto, ai rating.

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Figura 2: Rating e CDS medi La figura mostra la relazione tra rating, CDS medi in base al rating. Due ulteriori informazioni completano la tabella: la Default Probability a 5 anni e la percentuale di recovery stimata. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su dati CMA

Dalla tabella possiamo notare che i titoli con massimo merito di credito (AAA), hanno un valore di CDS medio a 120 bps. Attenzione, valore medio: cosa significa? Molto semplice: significa che tra i titoli “marchiati” AAA abbiamo alcuni emittenti che hanno CDS sopra 120 bps (per cui più rischiosi della media) e altri che avranno CDS sotto 120 bps (per cui meno rischiosi della media); tradotto in pratica, e numeri alla mano, risulta evidente che i titoli con ra- ting AAA – che sono quindi percepiti dall’investitore come ugualmente rischiosi (o sicuri, a seconda della faccia della medaglia che vogliamo guardare) – non sono tutti valutati dal mercato allo stesso modo in termini di Credit Risk. Qualcuno potrà obiettare, e giustamente, che i CDS essendo trattati su una piazza non regolamentata, sono facilmente manipolabili ad uso e consumo degli investitori istituzionali; tuttavia, per quanto un mercato possa essere opaco, siamo sempre di fronte a valori negoziati, che nel bene o nel male esprimono le aspettative degli investitori professionali nel loro complesso, e non il solo parere di un’agenzia privata di rating. Per cui già solo per questo motivo i CDS sarebbero da preferire al rating.

Per farsi un’idea accettabile del Credit Risk, possiamo stimare un parametro, che è quello che ci permette di misurare il rischio in funzione della probabilità di fallimento di un emittente. Infatti, il DP (Default Probability) esprime, in base al valore del relativo CDS ed in base alla percentuale di recovery (cioè quanto posso sperare di recuperare in caso di default), proprio la probabilità che quell’emittente fallisca in un certo lasso di tempo. Di norma, utilizzando i CDS a 5 anni, possiamo stimare l’intensità della DP a 5 anni con un calcolo semplicissimo, seppur semplificato. L’unica difficoltà risiede nel fatto che la percentuale di recovery può solo essere stimata, poiché non è un dato di mercato che possa essere reperito. Bisogna pertanto affidarsi alla storia dei default del passato, estrapolando tale valore dagli studi condotti dalle agenzie di rating, le quali producono copiose ed esaustive statistiche, grazie alle quali è possibile stabilire un valore sensato di recovery.

Con l’introduzione del Bail-In le cose si complicano, poiché la percentuale di recovery dovrebbe andare a zero, rendendo quindi vano il tentativo di stima della DP. Tuttavia, non è da escludere che pur con tempi biblici, una misera parte di quanto investito possa essere comunque recuperato sotto forma di risarcimento. Ne consegue che seppur stemperato, il calcolo della DP rimane comunque un’indicazione di una certa utilità. La formula semplificata per il calcolo del DP è la seguente:

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La terza colonna della tabella in figura 2 mostra proprio la DP 5 anni stimata in base ai valori medi dei CDS a 5 anni.

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Figura 3: Tabella CDP 1981-2011 La figura mostra la tabella elaborata da S&P che analizza i tassi medi cumulati dei default, negli anni dal 1981 al 2011, suddivise per rating. Fonte: Standard & Poor’s

Questa ulteriore informazione, per quanto approssimata, risulta molto utile nella scelta dei pesi da assegnare ad ogni emittente in portafoglio, per una efficace diversificazione tesa al massimo controllo del rischio.

Infine, ulteriore risorsa per la valutazione del Credit Risk sono gli studi annuali sulle probabilità di fallimento redatti dagli uffici studi di Moody’s e Standard & Poor’s, facilmente reperibili on line direttamente sui rispettivi siti delle agenzie di rating. I report sono complessi, ma imparando a leggerli, e sapendo cercare cosa serve, la consultazione può anche essere veloce. Nella fattispecie, ciò che a noi interessa è la tabella di sintesi delle CDP, come illustra la figura 3.

Il portafoglio diversificato

Come abbiamo spesso modo di dire anche ai nostri seminari, la massimizzazione del rendimento di un portafoglio deriva da una efficace ed efficiente diversificazione dei rischi finanziari, cioè da un rigoroso controllo del rischio. Il rendimento lo si ottiene comprimendo il rischio, cosa che permette di guadagnare con continuità, e prima lo si impara e meglio è.

Sono numerose le teorie che si sono occupate – e ancora si occupano – di diversificazione di portafoglio, o asset allocation che dir si voglia, così come sono ovviamente copiosi gli scritti in materia; alcune di queste teorie sono valide, altre ovviamente meno, ma non è questo che a noi interessa; a noi interessa guadagnare dei soldi con la nostra attività di trading e di investimento. Senza ombra di dubbio, uno dei metodi mi- gliori per prevenire e gestire i rischi sui mercati è quello di una corretta diversificazione di portafoglio; la confusione in materia è molta, per cui cerchiamo di fare un minimo di chiarezza con l’ausilio di pratici esempi presi a prestito da casi reali di portafogli apparentemente diversificati, ma in sostanza esposti allo stesso tipo di rischio.

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Figura 4: Esempio di portafoglio con diversificazione fittizia La figura mostra un esempio di portafoglio, solo apparentemente diversificato, poiché ad una attenta analisi si nota come tutto l’asset sia esposto al medesimo Credit Risk. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su analisi preliminare di portafoglio reale

Occorre infatti, preliminarmente, operare una distinzione tra diversificazione effettiva e diversificazione fittizia: non di rado si osservano portafogli sui quali apparentemente si è operata una diversificazione, ma che in pratica tale non è. Osserviamo il portafoglio illustrato in figura 4, e facciamo alcune considerazioni. Il portafoglio illustrato in figura può dare l’impressione di essere sufficientemente diversificato; infatti, ad uno sguardo superficiale, si potrebbe osservare che il 40% è allocato su strumenti di liquidità, un 30% su titoli a tasso fisso con durate comprese nell’intervallo 2-10 anni, un 20% in titoli legati all’inflazione – sia europea sia italiana – e un 10% in emissioni bancarie di cui una tasso fisso e una tasso variabile.

Nulla da eccepire, le macro classi sono ben distribuite, peccato che tutto il portafoglio sia soggetto ad un rischio emittente per nulla trascurabile. Infatti questa asset allocation ha il grosso (e pericolosissimo difetto) di essere praticamente “mono-emittente”, cioè lo Stato italiano, in linea diretta con i titoli di debito governativo, e in line indiretta con le emissioni ISP e UC, che sono banche italiane, per giunta sistemiche.

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Figura 5: Esempio di portafoglio con diversificazione effettiva La figura mostra un esempio di portafoglio, stavolta effettivamente diversificato, dopo una riallocazione e redistribuzione nella scelta dei titoli. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su ribilanciamento di un portafoglio reale

Questo è un classico esempio di diversificazione fittizia, poiché un solo tipo di rischio (in questo caso il Credit Risk) è concentrato su un singolo soggetto debitore, che pervade tutto il portafoglio. Immaginate le sorti di questo asset nel periodo settembre-novembre del 2011: con lo spread ITA/GER oltre i 550 bps, un portafoglio costruito in questo modo avrebbe subito una volatilità (e una perdita potenziale in conto capitale) di notevole entità. Pertanto, non sembra questa la strada migliore da seguire per cercare di contenere i rischi dei propri investimenti. Esaminiamo ora un altro portafoglio, illustrato in figura 5, nel quale la diversificazione è reale, a tutto vantaggio della stabilità dei corsi e del contenimento del rischio. Questo è invece un esempio di diversificazione effettiva, poiché i vari tipi di rischio, fisiologici del mercato obbligazionario, sono distribuiti all’interno del portafoglio in modo sensato. Infatti, riscontriamo una diversificazione a livello geografico, una diversificazione a livello settoriale, una diversificazione in termini di tipologia di titoli e, infine, una diversificazione in ordine alle scadenze dei vari bond. Un portafoglio costruito in base a questi criteri, è certamente in grado di assorbire meglio eventuali eventi avversi, in modo particolare se consideriamo che molti dei titoli che sono presenti presentano elevata decorrelazione. Infatti, sempre in riferimento al periodo settembre-novembre 2011, il crollo del BTP sarebbe stato compensato in buona parte dalla salita del Bund e del governativo francese.

Chiarito il concetto della vera diversificazione di portafoglio, occupiamoci ora delle linee guida che bisognerebbe seguire nella creazione di un asset, sia esso di breve termine (trading) sia esso di medio-lungo termine (investimento).

Criteri per un’efficace diversificazione

Per operare con successo sui mercati finanziari, è indispensabile stabilire sia un obiettivo sia una metodologia per cercare di conseguirlo. Quale dovrebbe essere, allora, il risultato da ottenere per il trader/investitore che opera sul mercato obbligazionario? Molto semplice: in base al proprio personale profilo di rischio – unitamente agli obiettivi finanziari che si desiderano raggiungere – bisogna saper individuare un paniere di titoli in grado sia di assicurare un rendimento a scadenza soddisfacente sia di generare un extra-rendimento – rispetto al rendimento ex-ante gestendo il portafoglio in maniera dinamica.

Se questa è la meta da raggiungere, la strada da percorrere è una sola, ed è quella del rigoroso controllo dei rischi unitamente ad una corretta condotta che permetta di evitare alcuni errori. I principali, sono quello di calcolare i rendimenti in modo errato, così come quello di non fare confronti corretti tra diverse obbligazioni; seguono gli altri – ma non certamente in ordine di importanza – che sono strettamente legati alla diversificazione. Sotto questo profilo, uno dei maggiori problemi è la naturale tendenza a ragionare in ottica di singola obbligazione, senza considerare la visione globale di portafoglio. In sostanza, nella fase di selezione dei titoli da inserire in asset, la nostra attenzione è catturata dal rendimento del singolo titolo che stiamo analizzando, facendoci perdere di vista l’equilibrio del rapporto risk/reward dell’intero portafoglio. Ciò che accade è che ragionando in questo modo, siamo portati ad escludere dei titoli con un rendimento anche solo lievemente inferiore ai nostri “desiderati”, sottovalutando il fatto che magari quell’emittente è più solido degli altri già selezionati, e potrebbe apportare stabilità al portafoglio, senza penalizzare significativamente il rendimento globale. Oppure, di converso, se abbiamo un profilo di rischio prudente, siamo portati a non considerare un titolo ad alto rendimento – poiché giustamente lo associamo ad un rischio elevato – senza valutare che inserendolo nelle giuste proporzioni potremmo ottenere un rendimento complessivo sensibilmente migliore, senza per questo aumentare oltremodo la rischiosità globale di portafoglio.

Altro errore da evitare è quello di concentrare il proprio capitale su pochi emittenti, sottovalutando la diversificazione a livello di Credit Risk, come illustrato nell’esempio in Figura 4; in questo caso, l’illusione è di aver diversificato il proprio asset solo perché si sono acquistati titoli differenti, i quali tuttavia hanno come comune denominatore lo stesso soggetto debitore. In ottica di diversificazione, questo è probabilmente l’errore più grave, poiché è potenziale causa di conseguenze decisamente infauste sul nostro portafoglio, esponendolo a potenziali perdite anche molto pesanti – in caso di default dell’emittente, e oggi in caso di Bail-In – e sulle quali non possiamo poi esercitare nessuna sorta di controllo.

L’immagine in figura 6 illustra, graficamente e in sintesi, il corretto processo di selezione delle obbligazioni al fine di creare un portafoglio diversificato ed efficiente. Come si vede, il processo dovrebbe essere distinto in quattro macro-fasi, ognuna delle quali destinata ad un particolare tipo di analisi, prima in forma disgiunta – senza però mai dimenticare l’ottica complessiva di portafoglio – per poi integrarle in un modo equilibrato al fine di originare il nostro asset, compatibile con l’obiettivo di rendimento minimo stabilito e nel rispetto della propria personale propensione al rischio.

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Figura 6: Processo di una corretta selezione di bond per il portafoglio La figura mostra lo schema del processo corretto che bisognerebbe seguire all’atto della creazione dell’asset di un portafoglio obbligazionario ben diversificato. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su modello di asset allocation

Maggiore sarà il livello di diversificazione che potremo operare (in base al nostro capitale, come vedremo tra breve), e mag- giore sarà il beneficio, in termini di rapporto rischio/rendimen- to, di cui potrà godere il nostro portafoglio.

Il controllo dei rischi finanziari

Oltre a quanto sin qui esposto, un portafoglio efficiente e ben equilibrato è frutto di un attento controllo dei singoli rischi caratteristici del mondo obbligazionario. Come sappiamo, sul Credit Risk non abbiamo nessun tipo di controllo, poiché siamo esposti all’imprevedibile, salvo lasciarci guidare da alcuni indicatori con i quali interpretare il sentiment del mercato in merito alla solidità di un emittente. Poiché l’unica difesa per il trader/investitore, sotto questo profilo, è quello di diversificare il rischio emittente, dobbiamo necessariamente fare affidamento su questi indicatori, e imparare ad assegnare pesi sensati alle varie obbligazioni da inserire in portafoglio.

La logica dovrebbe essere quella di creare un mix equilibrato, assegnando un minor peso percentuale ai titoli con alto CDS e quindi alta DP, ed uno maggiore ad emittenti più solidi. Com’è ovvio che sia, all’aumentare dei CDS (emittente percepito dal mercato come meno affidabile) aumenta la Default Probability; ne deriva che non è saggio, pur avendo un profilo di rischio elevato, esporre molto capitale su un emittente che ha DP elevata. Ancor meno saggio, pur diversificando tra gli emittenti, è concentrare molto capitale su diverse posizioni che hanno tuttavia una DP complessiva non trascurabile.

Un esempio numerico chiarirà meglio il concetto: facciamo riferimento alla figura 7 e analizziamone il contenuto. Il caso illustrato è quello di un ipotetico portafoglio da 50.000 euro, allocato per un 50% del suo ammontare su titoli di 5 emittenti diversi (10% di peso per ognuno), ma tutti con CDS tra 400 e 800 bps. La Default Probability media ammonterà pertanto all’8,61% cioè, in media, ho oltre l’8% di probabilità che uno di questi emittenti vada incontro ad un default; il Recovery Ratio è pari al 35%, cioè in caso di default riusciremo a riavere (nella migliore delle ipotesi) il 35% di quanto investito sul singolo titolo. Ora, in caso di worst-case scenario, cioè il fallimento di tutti e 5 gli emittenti, il portafoglio accuserebbe una perdita secca di 16.250 euro, portando il capitale di lavoro a 33.750 euro, pari al -32,50% del patrimonio iniziale.

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Figura 7: Perdita totale in caso di Worst-Case scenario La figura mostra le conseguenze del simultaneo default di un certo numero di obbligazioni presenti nel portafoglio, con l’ipotesi di un Recovery Ratio del 35%. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su modello di valutazione del rischio

È evidente che una potenziale perdita di tale entità non sia sopportabile, né a livello economico né a livello psicologico, a maggior ragione per un portafoglio obbligazionario; è per- tanto consigliabile imparare a dosare bene i pesi da assegnare ai singoli titoli, in modo che la sopportabilità economica e psicologica di una eventuale perdita sia sopportabile e gestibile. Come distribuire quindi i pesi in portafoglio in maniera equilibrata? E quanta percentuale di rischio pro-quota è possibile sopportare? Per rispondere a queste domande, la valutazione imprescindibile che va operata riguarda l’entità del patrimo- nio/capitale di lavoro. È intuitivo che all’aumentare del capitale a disposizione si possano prendere in considerazioni operazioni ed emittenti a maggior rischio, poiché il loro eventuale peso percentuale tende a diminuire.

Affinché tale suddivisione sia però anche efficiente, è indispensabile valutare l’incidenza dei costi di negoziazione sulla singola posizione, poiché al di sotto di certi importi ha poco senso frammentare eccessivamente il portafoglio. In sostanza, il capitale a disposizione deve essere sì adeguatamente diversificato, ma non “polverizzato” in un numero esagerato di titoli; inoltre anche se il rendimento di un titolo fosse “stel- lare”, con un importo esiguo non apporteremo gran beneficio al risultato totale di portafoglio.

La tabella in figura 8 illustra una possibile suddivisione del portafoglio in base al capitale disponibile, tenendo in conto quanto sin qui discusso. Osserviamola e facciamo alcune considerazioni. Posto che un taglio minimo ragionevole per prendere posizione su un’obbligazione è pari almeno a 5.000 euro, è facile ricavare che, per un portafoglio di 50.000 euro, il numero massimo di titoli acquistabili è pari a 10. Il problema, in questo caso, è che nella migliore delle ipotesi ogni emittente peserà per il 10% dell’intero portafoglio, cioè per una quota già significativa del totale. Va da sé, quindi, che il numero di emittenti con alto DP non potranno essere molto numerosi, poiché concentreremo quote di capitale probabilmente eccessive sul Credit Risk. Come è agevole notare, al crescere del capitale a disposizione, aumenta il numero dei potenziali candidati, aumenta il lotto minimo negoziabile, e ovviamente decresce l’incidenza percentuale sul totale di portafoglio.

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Figura 8: Numerosità emittenti e loro peso in base al capitale La figura mostra le incidenze percentuali e i lotti in valore nominale in base a soglie crescenti di patrimonio utilizzabile per costruire l’asset di portafoglio. Fonte: Elaborazione G&D Investimenti su modello di valutazione del rischio

Infatti, ad esempio, già con un portafoglio di 250.000 euro siamo in grado di assumere il rischio per il doppio del valore nominale a posizione (10.000 euro contro i 5.000) a fronte di un peso percentuale del 4%, più che dimezzato rispetto al caso precedente. Dovrebbe quindi risultare chiaro che tutte le valutazioni in tema di diversificazione non possono prescindere dall’entità del patrimonio a disposizione, di cui il peso per ogni singola posizione è variabile dipendente. Infine, si tenga conto del fatto che oggi non sono rari i titoli il cui taglio minimo di negoziazione è pari a 50.000 euro, o addirittura 100.000 euro, e pertanto se il patrimonio non è sufficientemente capiente, non è saggio inserirli in portafoglio a causa dell’eccessiva incidenza percentuale che avrebbero sull’intero asset. ©

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INVESTORS L'EVOLUZIONE DELLA SPECIE
INVESTORS´ nasce nel gennaio 2014 in seno alla casa editrice TRADERS' Magazine Italia, come rivista trimestrale, con l'obiettivo di coprire nell'ambito degli obiettivi editoriali il segmento dell'investment privato e professionale. La rivista riscuote da subito un ottimo apprezzamento da parte del Pubblico, con una crescita immediata e costante di lettori ed Abbonati. Viene pubblicata come Supplemento di TRADERS' Magazine, a firma dello stesso Direttore Responsabile Emilio Tomasini. All'inizio del 2015, INVESTORS' è matura per entrare in un progetto organico ben più ampio dell'essere una semplice appendice editoriale della pur prestigiosa TRADERS' Magazine. Nel giugno del 2015, dopo alcuni mesi di incubazione progettuale, nasce INVESTORS' Magazine Italia, nella cui compagine confluisce il gruppo Diaman, con la Diaman Holding. Presidente della società è Daniele Bernardi, anima fondatrice del gruppo Diaman, considerato uno dei massimi esperti italiani di finanza operativa e di sviluppo di sistemi per la finanza. Viene costituito un Consiglio di Amministrazione, dove il Presidente Daniele Bernardi, in accordo con i Soci, chiama a fungere da Amministratore Delegato Maurizio Monti, per la sua esperienza come Editore, mentre viene nominato Consigliere Fabio Carretta, anima commerciale trainante del gruppo Diaman. Il Direttore della seconda generazione di INVESTORS' è Gabriele Turissini, privat banker di trentennale espereinza, vero punto di riferimento dell'esperienza del risparmio gestito in Italia. Entrano poi nella squadra Ruggero Bertelli, portando il valore e il peso della propria esperienza accademica, ed Emilio Tomasini, come strategist consultant, con la sua esperienza ultraventennale nella finanza operativa italiana ed internazionale, oltrechè nel giornalismo finanziario. INVESTORS' si sviluppa su tre cardini fondamentali: l'innovazione, l'indipendenza, la chiarezza. Pretende di essere non solo rivista ma piattaforma completa di Cultura finanziaria, basata su interattività e operatività pratica. INVESTORS' Magazine è BIMESTRALE, nella sua duplice edizione cartacea e digitale, e organizza un Tour di 6 eventi l'anno (l' INVESTORS' Tour) per incontrare il proprio Pubblico. Diffonde in email un quindicinale gratuito per i sottoscrittori ed iscritti al sito. La linea editoriale di INVESTORS', voluta dal direttore Gabriele Turissini, è quello di essere l'Agorà dell'investitore, del promotore finanziario, del consulente e del professionsta della finanza: un luogo di confronto, incontro e scontro di tutta la platea degli operatori della finanza, dei loro clienti, degli investitori privati. L'obiettivo dichiarato è costituirsi come fulcro e punto di riferimento di un "futuro consapevole" della finanza, attraverso la capacità di INVESTORS' di rendersi interattiva, attraente e pratica per il Lettore. INVESTORS' è il punto di riferimento certo nel panorama editoriale della finanza operativa italiana: la piattaforma della crescita consapevole e dell'arricchimento culturale nell'investment. http://www.investors-mag.it
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