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IL CONTRIBUTO ALLA SPESA PUBBLICA. IMPOSTE, INVISIBILI E NON. di Paolo Franzoni

Una normale famiglia italiana alle prese con le imposte

Immaginiamo una normale famiglia italiana, papà, mamma, due bambini.

Lui, artigiano o piccolo imprenditore, reddito lordo circa euro 80.000 annui, lei, impiegata, reddito lordo circa euro 27.000. Totale reddito lordo per la famiglia, euro 107.000. Trascuriamo momentaneamente i contributi, idealmente finalizzati alla tutela previdenziale dei coniugi e dei figli.

In che misura questa famiglia contribuisce alla spesa pubblica, secondo il dettato dell’art. 53 della Costituzione?

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Tabella 1: Il contributo alla spesa pubblica Esempio di calcolo delle imposte per una famiglia italiana Fonte: elaborazione dell’autore

Schermata 2016-04-06 alle 16.10.09Le imposte sui redditi, IRPEF ed addizionali regionali e comunali.

Immaginiamo che la famigliola abbia una piccola abitazione (rendita catastale rivalutata circa euro 600), un trilocale, oltre ai servizi, acquistata anche con il supporto di un mutuo di euro 100.000, al tasso di interesse corrente del 2,75% e che, come forma di risparmio, versi annualmente l’importo di euro 10.000, diviso pro-capite, ad un fondo pensione, quale così detto secondo pilastro pensionistico.

L’imposizione sui redditi peserà approssimativamente per un totale di circa euro 26.500 per Lui (33%) ed euro 4.700 per Lei (17%), complessivamente circa euro 31.200 (31%), lasciando un reddito disponibile di circa euro 76.000, ovviamente euro 10.000 in meno se si sottrae il versamento al fondo pensione, pressoché inevitabile se vogliamo immaginare una sostenibile vita da anziani.

 

L’imposizione sul patrimonio

Il livello di imposizione successivo, sul patrimonio, varierà da Comune a Comune. Possiamo quindi immaginare valori medi, quali, ad esempio, i seguenti:

  • IMU, 0;
  • TASI, circa euro 250,
  • TARI, circa 200.Imposta sulle assicurazioni per l’auto di Lei, circa euro 60, oltre tassa di possesso per circa euro 115. Per Lui rispettivamente euro 80 e 270 circa.
    Con un totale di circa euro 975, pari a circa l’1% del reddito.

    L’imposta sul valore aggiunto sui consumi

    Assumiamo quindi i consumi di una famiglia media italiana, facendo riferimento ai dati ISTAT, categoria “lavoratore in proprio”, aggiornati al 2013.
    Spesa mensile, circa Euro 2.600, suddivisa tra alimentari e bevande, per circa euro 500, e non alimentari per la differenza (di cui circa euro 530 di affitto figurativo che, nel nostro caso, può essere considerato equivalente all’ammortamento del costo di acquisto dell’abitazione).

    L’iva su tali consumi, sia pur grossolanamente stimata, ammonta a circa euro 3.600 annui, pari a circa il 3,5% del reddito lordo. Siamo quindi ad un totale di circa euro 36.000, per una imposizione complessiva del 33%.

    Gli ulteriori tributi

    Mancano ancora ulteriori tributi, ad esempio quelli connessi a tutti gli investimenti, piccoli e grandi di ogni giorno, come l’acquisto dell’auto nuova, del televisore, di qualche altro og-getto o magari della vacanza in più che, ogni tanto, si può immaginare di concederci.

    Mancano ancora tutte le imposte striscianti, quasi impercepibili, che però ci sono, eccome, e pesano non poco, quali le accise e addizionali sui carburanti e sulle energie, gli oneri tributari sul mutuo, i bolli e le marche varie che ad ogni domanda rivolta al pubblico o ad ogni certificato, anche banale (di residenza, di esistenza in vita, ecc.) vengono previste con profusione. Il così detto bollo del conto corrente, quello sul conto deposito titoli.

    Difficile fare una stima precisa, immaginiamo, un poco a braccio, non meno di un altro punto percentuale, circa euro 1.000 (e probabilmente stiamo sottostimando).
    Siamo ad un totale di circa euro 37.000 ed abbiamo superato il 34%. Mancano due grandi voci: le imposte sui redditi di capitale ed i contributi.

    In questa sede non sviluppiamo un calcolo sul primo argomento, in quanto si tratta di valori che difficilmente possono corrispondere a contesti medi tali da risultare sufficientemente significativi per la generalità dei lettori.

    Quanto al secondo argomento, la contribuzione varia molto, a seconda della categoria di impiego. Anche in questo caso un valore medio sarebbe poco significativo. Certo è che si tratterebbe comunque e sempre di valori piuttosto alti.

    Il quadro finale

    Ciò che emerge è che, calcolandole probabilmente per difetto, le imposte pesano per più di un terzo del reddito lordo, ma già significativamente di più se immaginiamo di sottrarre almeno la misura minima vitale di risparmio necessaria per garantirsi una vecchiaia anche solo dignitosa. A questo dovremmo aggiungere l’onere di contribuzione ed il peso dei tributi sui risparmi.

    Se ne può concludere che, per più di un terzo, l’attività lavorativa di questa famiglia è destinata al contributo alla spesa pubblica.

    Con l’addizione dei contributi il peso complessivo si avvicinerebbe rapidamente alla soglia del 50%.

    Dall’altro lato il contributo alla spesa pubblica garantisce il funzionamento della macchina pubblica.

    Ciascuno di noi potrà fare le proprie valutazioni e concludere se l’energia profusa, sicuramente tanta, è ben ripagata o se, come ritengono in tanti, si può fare molto per abbassare il peso tributario, davvero opprimente, senza perdere nulla, anzi migliorando il profilo qualitativo e quantitativo del servizio ricevuto. ©

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