BANCHE Non è ancora finita (di Laura Magna)
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BANCHE Non è ancora finita (di Laura Magna)

All’orizzonte il rischio di ulteriori focolari di crisi. Ma non ci saranno altre “venete” Eventuali nuovi “casi” potranno essere gestiti con un impegno minore Intanto, per valutare gli istituti di credito conviene guardare il Cet1, che rimane un buon indicatore, e la liquidità.

Luci e ombre sul sistema bancario domestico, all’indomani del salvataggio all’italiana delle due venete. Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono state liquidate: la parte buona delle due banche è stata comprata da Intesa per un euro, in cambio della garanzia, sancita dal governo per decreto, che questa operazione non influenzerà né il patrimonio né la politica dei dividendi; tutto il resto, Npl compresi, sarà scaricato in una bad bank finanziata dai contribuenti. “Una soluzione all’italiana, in cui quello che non è chiaro è l’impatto sui conti pubblici, ma che di certo non sarà indolore – così a Invice Francesco Leghissa, responsabile ufficio studi di Copernico Sim – La stella polare è stata evitare a tutti i costi il bail-in e quindi si è preferito l’intervento pubblico e i soldi dei contribuenti. La cosa curiosa è che poche settimane prima la Spagna ci aveva indicato la strada seguendo la direttiva Brrd per la risoluzione del Banco Popular, con Santander che si è presa carico della banca tout court, attivi e passivi, con aumento di capitale da 7 miliardi annesso per lo stesso prezzo pagato da Intesa”. E tuttavia, secondo Gilles Guibout, head of european equity team di Framlington – Axa Investment Managers, “l’Italia non aveva un’alternativa ed è sbagliato paragonare la situazione domestica a quella spagnola perché si partiva da due punti differenti e perché se guardiamo cosa ha fatto il governo spagnolo tre anni fa, alla fine ha messo più soldi nelle banche di quanti non ne abbia messi l’Italia. Però il Belpaese è in ritardo. Avrebbe dovuto farlo cinque anni fa. Ora lo fa in modo pragmatico ed era necessario, perché questo problema che pesa su tutto il mercato italiano andava affrontato”. La colpa italiana sarebbe stata dunque non di non aver applicato le nuove regole europee del Brrd, ma di essersi mossa con eccessivo ritardo. La pensa così anche Filippo Alloatti, senior credit analyst di Hermes Investment Management, che afferma che la nostra condizione “è difficilmente comparabile con quei Paesi, come Spagna e Irlanda, che hanno sottoscritto accordi, anche onerosi, con le autorità europee e beneficiato di fondi europei per la creazione di bad bank. Col senno di poi si sarebbe dovuto varare una bad bank sistemica prima di agosto 2013”.

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DOPO LE VENETE

In ogni caso, dopo le venete, qual è lo stato di salute del nostro sistema finanziario? Ci sono ulteriori focolai di crisi? “Luci e ombre – risponde Leghissa – da un lato gli istituti grandi come Unicredit si sono rafforzati e patrimonializzati pulendo i bilanci e facendo aumento di capitali; dall’altro abbiamo tutto il credito cooperativo che necessita di processi di aggregazione per poter sopravvivere e qualche ulteriore incognita sulle rimanenti popolari quotate e non alle prese con un bagno di realtà (soprattutto per i clienti/soci/azionisti, ndr) per quanto riguarda valore delle azioni e patrimonio”. Insomma, “la salute del mercato italiano è ancora fragile – afferma Guibout – non voglio entrare nel merito, ma sul sito di Banca d’Italia si parla di alcune situazioni che verranno gestite. Si tratta di istituti bancari di dimensioni molto più piccole rispetto alle banche venete e che dunque non richiederanno lo stesso impegno”. In generale, secondo Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation, “non si ravvisano all’orizzonte nuovi casi venete perché su casse rurali e banche di credito cooperativo ancora in via di ristrutturazione dopo l’emanazione del decreto attuativo in materia di Gruppo Bancario Cooperativo (Gbc) si è intervenuti per colmare una mancanza che regolasse la particolarità della realtà italiana rispetto agli altri Paesi europei sia nel concetto di territorialità che di proporzionalità in relazione al rischio, di ciascuna banca affiliata alle nuove banche capogruppo. Per Unipol Banca, l’atro caso sotto i riflettori, il mercato ha accettato favorevolmente il riassetto deciso in totale autonomia e definito nei dettagli proprio in questi giorni con la creazione della bad bank e il rafforzamento delle coperture sui crediti insoluti”. La fragilità del sistema italiano è però direttamente proporzionale alla sua frammentazione: “Bisogna ancora lavorare per rafforzarlo attraverso un maggiore consolidamento – dice Guibout – La profittabilità del sistema bancario in ogni Paese è correlata con livello di frammentazione. Non è casuale se peggio dell’Italia fa solo la Germania: il mercato tedesco è frammentato come quello italiano”. Per questo da qui a tre anni le nostre banche dovranno cambiare, e molto. Lo faranno attraverso “un prosieguo del processo di concentrazione – conferma Segre – ma anche correndo ai ripari di una rincorsa del Fintech che offra un’opportunità di recuperare il rapporto di fiducia e il consenso di investitori retail, affluent e di imprenditori”. Quindi meno banche, maggiore organizzazione e più solidità nella proposta territoriale e soprattutto all’avanguardia.

“Tre anni è un orizzonte temporale molto ampio in materia bancaria in Italia sostiene Alloatti – In termini di profittabilità, molto dipenderà dall’andamento dei tassi di interesse e dalla struttura della curva dei rendimenti. Una decelerazione del QE da parte della Bce va gestita con particolare attenzione vista l’esposizione delle banche italiane ai titoli della Repubblica, circa il 15% del totale attivi. Ci aspettiamo un rinnovato sforzo per tentare di smaltire la quantità di crediti inesigibili ancora in pancia alle banche. È possibile un ricorso allo spettro completo degli strumenti a disposizione incluse le garanzie Gacs. È probabile che ciò si realizzi attraverso un aumento degli accantonamenti e delle rettifiche a bilancio”.

VALUTARE GLI ISTITUTI

Ciò detto, quali parametri vanno guardati per valutare su quali titoli bancari investire? “Presterei attenzione alla liquidità – risponde Alloatti – come il caso del Banco Popular Espanol insegna, anche all’epoca del T-Ltro, di insufficiente liquidità si può morire. È importante guardare allo stock di depositi delle banche, alla loro natura e alle loro scadenze. Tempo va anche investito nel valutare gli attivi disponibili per comprenderne il grado di monetizzazione possibile”.

Il parametro del Cet1 resta un buon indicatore per capire capitalizzazione e capacità di assorbire shock o svalutazioni contabili sui crediti, “ma rimane fondamentale osservare la governance – chi comanda, come lo fa, a quali gruppi di interesse risponde o rappresenta rimane fondamentale per cercare di evitare la prossima Bpvi – e se sono presenti fonti di reddito diversificate capace di generare commissioni visto la bassa remuneratività della tradizionale attività bancaria – conclude Leghissa – Il Too Big to Fail forse a breve non esisterà più ma sembra definitivamente finita l’era dello Small is Beautiful”.

di Laura Magna

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