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241 ANNIVERSARIO DELLA LA BATTAGLIA DI BUNKER HILL

Oggi è il 241° anniversario della battaglia di Bunker Hill. Essa ebbe luogo il 17 giugno 1775, principalmente in cima e attorno alla collina Breed’s Hill, durante l’assedio di Boston, nelle fasi iniziali della guerra di indipendenza americana. La battaglia prende il nome dalla collina adiacente, Bunker Hill, poco coinvolta negli scontri ma che era l’obiettivo originale di entrambi gli schieramenti. Dopo che due assalti alle linee coloniali furono respinti con significative perdite per gli inglesi, questi riuscirono a conquistare le difese miliziane al terzo attacco, dopo che gli americani nella ridotta avevano finito le munizioni. Le forze coloniali si ritirarono a Cambridge, attraverso Bunker Hill, dove subirono le perdite maggiori. Quella degli inglesi fu una vittoria di Pirro, perché 19 ufficiali e 207 soldati restarono uccisi, e moltissimi altri feriti. I coloniali riuscirono invece a ripiegare e raggrupparsi in buon ordine subendo poche perdite. Inoltre, la battaglia dimostrò che le forze miliziane, relativamente inesperte, erano in grado ed avevano la volontà di fermare un esercito regolare in una battaglia campale.
Per ricordare questo importante evento bellico della Rivoluzione americana abbiamo scelto i quattro francobolli ad esso dedicati dalle poste USA nel corso degli anni. Di ognuno abbiamo pubblicato l’immagine e un breve commento sopra.

Quando, poco dopo mezzogiorno, gli Inglesi cominciarono a ritornare verso Boston, essi non si rendevano conto di star cedendo non di fronte a un pugno disordinato di miliziani, ma in realtà sotto la spinta della insurrezione popolare. Se anche, per ipotesi, fossero riusciti a varcare il ponte di legno, avrebbero presto trovato un altro villaggio in mano ai “ribelli”, poi un altro, poi un altro ancora. Qualsiasi esercito “regolare”, anche il meglio addestrato, era del tutto impotente di fronte a una cosa del genere.
E questo non tardò ad apparire chiaro già nella marcia di ritorno: ora i guerriglieri ricomparvero sui fianchi e alle spalle della colonna, sparando a bruciapelo da dietro gli alberi e i muri, tirando sulle avanguardie e poi scomparendo, catturando i ritardatari, abbattendo gli sbandati. La marcia diventò rapidamente qualcosa di molto simile a una ritirata e poi a una rotta: e fu solo con il favore delle tenebre che gli esausti soldati trovarono scampo entro le mura di Boston, con i “ribelli” trionfanti alle loro calcagna. Il prezzo della ritirata era stato gravissimo: 261 tra morti, feriti e dispersi, contro solo 13 nelle due azioni di Lexington e Concord.
Adesso la spiacevole verità apparve chiara davanti agli occhi di Gage: le truppe inglesi non potevano più mettere il naso fuori da Boston. Praticamente erano assediate. Di fatto lo furono solo pochi giorni dopo, quando un esercito di miliziani della Nuova Inghilterra apparve e cominciò a circondare la città. Il 10 maggio 1775 una banda di miliziani si impadronì con un colpo di mano dell’ormai inutile forte Ticonderoga, sul lago Champlain, catturandovi 60 cannoni che furono subito inviati a formare il parco d’artiglieria per le forze che assediavano Boston. La lotta armata rivoluzionaria degli Americani stava insensibilmente passando alla seconda fase: quella in cui comincia a sorgere l’esercito popolare il quale trova, sì, il suo appoggio, la sua base di reclutamento, i suoi fiancheggiatori nei guerriglieri: ma che, a differenza di questi ultimi, è capace di condurre operazioni offensive contro un esercito “regolare”, e di batterlo.

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A Londra intanto si cominciava a capire che quanto accadeva in America era ben più che una “ribellione”; ma ci si continuava a illudere circa le possibilità di una repressione rapida. E poiché Gage non concordava, ci si decise a sostituirlo. Non repentinamente, certo: ma piuttosto con un gesuitico promoveatur ut amoveatur, “promuovere per rimuovere”. Dapprima egli fu “affiancato” da altri; poi la sua autorità divenne sempre più nominale; infine, nell’ottobre del 1775, fu richiamato in Inghilterra per “consigliare” il re.
I suoi sostituti erano arrivati sin dal 25 maggio: in tale giorno infatti i generali William Howe, John Burgoyne e Henry Clinton erano sbarcati a Boston. Più giovani di Gage, energici, ambiziosi, i tre erano combattenti della guerra dei Sette anni. Quel che più conta, erano tutti convinti che l’esercito di sua maestà britannica non poteva oltre tollerare di essere “assediato” da un pugno di “ribelli”. Sotto la loro spinta Gage (che per il momento era ancora al comando) sviluppò di malavoglia un piano per sconfiggere gli assedianti. Le truppe inglesi migliori, al diretto comando di Howe, sarebbero sbarcate ai piedi di Bunker Hill, una collina che domina la rada di Boston, e l’avrebbero espugnata; da qui avrebbero “arrotolato” la linea d’assedio, prendendola sul fianco.
Così il 17 giugno 1775 i reggimenti britannici sbarcarono e, schierati impeccabilmente in linea, secondo la tattica che Federico il Grande aveva imposto su tutti i campi d’Europa, mossero all’attacco sparando salve (inutili) di fucileria. Ma gli Americani comandati dal colonnello William Prescott, un agricoltore, in violazione di tutte le buone norme contenute nei manuali tattici si tennero al riparo di una trincea e non aprirono il fuoco finché le “giubbe rosse” non furono a un centinaio di metri. L’effetto fu terrificante; gli Inglesi caddero a grappoli; oscillarono senza rompere i ranghi; poi arretrarono. Risolutamente Howe li spinse avanti per la seconda volta. Fu lo stesso. Solo il terzo attacco riuscì, e unicamente perchè gli Americani avevano esaurito le munizioni. Bunker Hill fu presa, ma rimase un trofeo inutile: le perdite erano state tali che si dovette abbandonare ogni prospettiva di rompere l’assedio. Più importante ancora, i generali inglesi poterono rendersi conto che avevano a che fare con un nemico accanito e pericoloso. Burgoyne ammise che la ritirata degli Americani da Bunker Hill non divenne mai una fuga: “fu coperta con coraggio e anche con perizia”; Clinton, più drasticamente, disse che la vittoria era stata pagata a caro prezzo: “un’altra simile ci avrebbe distrutti”.

CLAUDIO ALBERTAZZI
La filatelia e la Storia sono da sempre le mie principali passioni e questo sito non è altro che la realizzazione di un sogno. I francobolli possono rivelarsi uno strumento assai utile per ripercorrere e approfondire le epoche passate. E’ incredibile come questi piccoli frammenti di carta colorata possano offrire una precisa testimonianza dei principali avvenimenti storici e aiutarci quindi a comprendere meglio il nostro presente. Guerre e battaglie, scoperte scientifiche, esplorazioni geografiche, personaggi: ogni francobollo racchiude in sé una storia e ogni storia può essere rivissuta all’infinito per viaggiare nel tempo e nello spazio. www.filateliaestaria.it
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